Blondet & Friends : Ricordate Attilio Befera? Da Equitalia a “United Colors”, anche lui.

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Ricordate Attilio Befera? Da Equitalia a “United Colors”, anche lui.
Ricordate Attilio Befera? Da Equitalia a “United Colors”, anche lui.
Maurizio Blondet 27 agosto 2018

Attilio Befera, a sinistra. Da grande dirigente pubblico a stipendiato dei Benetton.

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Attilio Befera, per un decennio e fino al 2014 capo dell’Agenzia delle Entrate ed Equitalia. E che poi, abbandonate le tasse, è diventato uno dei dirigenti più alti in grado di Atlantia, holding del gruppo Benetton da cui dipende Autostrade per l’Italia. Il fatto in questione è del 2012, riguarda proprio faccende tributarie ed è stato rivelato dall’Espresso: Benetton pagò 12 milioni di euro al fisco e rimpatriò Sintonia, la holding della famiglia che aveva sede in Lussemburgo per evitare ulteriori indagini sulla holding stessa. I Benetton finora avevano fatto credere che quel rimpatrio era dovuto a ragioni prettamente economiche.

Due anni più tardi lo stesso Befera si dimise dalle Agenzie fiscali. E per chi andò a lavorare? Per i Benetton, acquisendo un incarico di fiducia: coordinatore dell’ Organismo di vigilanza di Atlantia,

Befera si aggiunge alnumero degli assunti d’oro dalla Famiglia:
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Paolo Costa, ministro dei Lavori pubblici tra il 1997 e il 1998.

Costa, nel 2010, è stato chiamato a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l’ Italia; nel 2016 il gruppo Atlantia ha vinto la gara per la privatizzazione dell’ aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali e i Benetton gli hanno chiesto di sedere nel consiglio di sorveglianza dell’ aeroporto francese.

Gian Maria Gros Pietro, presidente dell’IRI nel 1999, fu lui a cedere in concessione una parte delle autostrade italiane al gruppo Benetton fu «l’ allora presidente dell’ Iri, Gian Maria Gros Pietro, gran frequentatore di salotti che contano e amico di Romano Prodi. Subito dopo la privatizzazione delle autostrade, Gros Pietro fu assunto dai Benetton per presiedere le autostrade. Stipendio: 1 milione di euro l’ anno».

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Blondet & Friends: ELOGIO FUNEBRE DI McCAIN. DA PARTE DELLA NOSTRA NOMENKLATURA

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ELOGIO FUNEBRE DI McCAIN. DA PARTE DELLA NOSTRA NOMENKLATURA
ELOGIO FUNEBRE DI McCAIN. DA PARTE DELLA NOSTRA NOMENKLATURA
Maurizio Blondet 28 agosto 2018 352 commenti

Solo un po’ di copia-incolla per recuperare qualche notizia che può essere sfuggita ad alcuni lettori.
Essi sanno chi è stato McCain, ne hanno visto le foto in Siria a fianco di quello che sarebbe diventato Abu Bakr al Bagdhadi, ne hanno visto le foto con i neonazisti ucraini, sanno che ha canterellato per anni “Bomb, bomb,bomb Iran”.

Uno che ha predicato aggressioni USa in queste nazioni:
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Uno che definito “tragico” non poter usare l’opzione militare in Ucraina contro Mosca:
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Ebbene, ecco il compianto che ne ha fatto la nostra Sinistra:

Matteo Renzi

@matteorenzi
Segui Segui @matteorenzi
Altro Matteo Renzi ha ritwittato Cindy McCain
Solo preghiere, rispetto e commozione. #McCain

Luigi Marattin, consigliere economico di Gentiloni e Renzi.

Gianni Riotta
Oscar Giannino

@OGiannino
Segui Segui @OGiannino
Altro Oscar Giannino ha ritwittato Rainews
Avercene in ITA di #McCain. Schiena dritta, senso dell’onore, amore x le istituzioni prima che per propria parte. Tutto quel che qui latita

Ovviamente stanno tutti ripetendo costui:
“McCain, Valoroso guerriero per i diritti umani si erse contro la repressione e la tortura”.

Questi sono alcuni degli omaggi che gli esponenti del progressismo e del giornalismo mainstream, “liberale”, hanno tributato a John McCain. I commenti della gente normale sono, più che di indignazione, di stupefazione e straniamento. “Ma cos’è ‘sta cosa del saluto a McCain, tipo un rituale massonico? Chi non lo fa è fuori dal cerchio?”. “Sembra di vivere una distopia”. “L’invasione degli ultracorpi”.. “Comunicano tra loro in tutto il mondo. Stanno ripetendo le stese identiche parole. Sembra davvero il verso di richiamo degli ultracorpi”.

Mi pare che costoro manifestino, senza averne coscienza, una perversione intellettuale e distorsione mentale, prima ancora che morale. Soffrono persino di una distorsione, aberrazione della identità. Voglio dire: gli americani che hanno votato per McCain e l’hanno approvato sanno, almeno, di essere di destra. Questi si sentono di sinistra e progressisti, illuminati, persino umani e buoni, come hanno dimostrato inscenando il loro pianto progressista per gli “Immigrati della Diciotti”, accusando gli altri di essere senza cuore.

Questa estraneità al sentire comune, questo perfetto isolamento e credenza nella propria perfezione progressista, è la degenerazione psichica che sviluppano le caste privilegiate in un regime totalitario. Intendo compitamente totalitario, come quello dell’Unione Sovietica negli anni ’30, del Terrore Rosso, delle Purghe. I membri della Nomenklatura potevano ordinare programmi come “l’eliminazione dei contadini come classe”, gettare il popoLo intero in una carestia inaudita, ma nei negozi riservati a loro non mancavano lo storione, il caviale, le Lucky Strike, sigarette americane il cui solo possesso sarebbe costato, al comune cittadino, il Gulag.

Godevano dei loro privilegi ripugnanti con la perfetta soddisfazione di stare lavorando per l’umanità nuova e nell’Uguaglianza, dell’a ciascuno secondo i suoi bisogni”, di stare lavorando al progresso assoluto, all’abolizione dello Stato al regno della Libertà – proprio mentre firmavano mandati di esecuzione per migliaia di persone. La realtà, penuria, miseria che travagliava “le masse” non li toccava né commuoveva mai, perché si ritenevano grandissimi lavoratori e faticatori, nei loro uffici riscaldati e ben forniti, pienamente meritevoli. Il terrore non lo conoscevano – se non nel momento in cui qualcuno di loro, indicato da Stalin o da Kaganovic, veniva prelevato in qualche purga: allora lo stupore, l’incredulità, ma mai – mai – la disgrazia faceva nascere in loro un senso di comunanza con i milioni che avevano gettao nei Lager, per i bambini abbandonati dai genitori internati e morti, per i kulaki i cui corpi si stendevano lungo le ferrovie.

Svetlana, la figlia di Stalin, un estate in cui andò in treno di lusso in vacanza in Crimea, disse a suo padre che, nell’attraversare l’Ucraina, ad ogni stazione il convoglio era assediato da folle cenciose e scheletriche, che si aggrappavano ai finestrini implorando un po’ di pane. Stalin le rispose che erano tutte storie quelle della carestia in Ucraina; propaganda. Ma da quel momento ordinò che, quando i treni attraversavano il territorio, fossero abbassate le tendine.

In fondo anche i nostri hanno abbassato le tendine. Si sengono tanto umani perché vogliono “l’accoglienza dei migranti”, ma non vedono i 5 milioni di poveri, i disoccupati di massa, i salari precari che il Sistema a cui hanno aderito ha procurato. Hanno lasciato le macerie del terremoto di Amatrice, senza preoccuparsi degli abitanti. Con la netta coscienza di essere i migliori, i più competenti ed anche i più umani, immensamente buoni, non come quel razzista ignorante di Salvini, o quell’incompetente di Di Maio. Non sentono alcuna colpa o responsabilità, perché quel Sistema, il capitalismo finanziario terminale, è per loro “oggettivo” e “naturale” – come capi del Politburo sentivano il loro universo concentrazionario la perfetta applicazione “scientifica” del materialismo storico, qualcosa di ineluttabile e profondamente giusto. Come quelli, hanno “la dottrina” dalla loro parte. Alla luce della dottrina, vedono in McCain il valoroso combattente per i diritti, della libertà, il salvatore della riforma sanitaria di Obama.

Allo stesso modo, quando moriva un’alta personalità del Politburo, e ancor più del Comitato Centrale, la Pravda ne elogiava la “schiena dritta, senso dell’onore, amore per le istituzioni” , l’opera indefessa per il riscatto del proletariato senza mai concedersi riposo.

Allo stesso modo, quando moriva un’alta personalità del Politburo, e ancor più del Comitato Centrale, la Pravda ne elogiava la “schiena dritta, senso dell’onore, amore per le istituzioni” , l’opera indefessa per il riscatto del proletariato senza mai concedersi riposo. E Giannino ripete questo rituale credendosi un liberale e liberista..

Come la Nomenklatura, vivono in questo mondo,visti da noi come Ultracorpi. Viene bene il commento dell’economista Vladimiro Giacché:

“Quando uno storico del futuro vorrà capire perché la sinistra in questo paese è scomparsa, gli potremo far leggere il nuovo art. 81 Cost, il Jobs Act e questo Tweet”.

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Vers où va-t-on ? Investir sur le «long terme»?

Vers où va-t-on ?

Investir sur le «long terme»?

Posted: 27 Aug 2018 02:22 AM PDT
Article original de Chris Hamilton, publié le 30 juillet 2018 sur le site Econimica
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

Résultat de recherche d’images pour « long terme »

Alors que ma journée autour de ce blog semblait finie… j’ai pensé à proposer une simple fiche d’information pour faire indiquer quand et où la population mondiale croît, stagne et/ou diminue. Cet article décompose le monde en quatre catégories de pays basées sur leur revenu national brut (RNB) par habitant selon la Banque mondiale. Les catégories sont celles des riches, des classes moyennes hautes, des classes moyennes et des pauvres. Chaque catégorie est subdivisée en fonction des données de la population de l’ONU montrant les enfants (0-14 ans), les jeunes (15 à 44 ans) et les plus âgés (45+ ans). Les estimations de la population jusqu’en 2050 sont basées sur les variantes moyennes de l’ONU (qui continue à surestimer la croissance réelle).

Ce qui devrait être apparent, c’est que les populations qui consomment près des trois quarts de l’énergie et des exportations mondiales ont décliné et/ou vont bientôt diminuer… et continueront à diminuer indéfiniment. La croissance actuelle et future parmi les pauvres et les personnes âgées ne sera tout simplement pas en mesure de changer la donne, du point de vue de la croissance. Faites de cela ce que vous voulez si vous envisagez d’investir à « long terme » et l’inévitabilité (selon la sagesse conventionnelle) de l’appréciation des actifs sur le « long terme ».
Mais d’abord, un coup d’œil sur les taux de fécondité des quatre groupes de nations de 1950 à 2015 et les estimations de l’ONU jusqu’en 2050 (taux de fécondité égal à 2,1). La décélération partout devrait être évidente.

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Les pays à revenu élevé représentent 1,2 milliard d’habitants sur 7,6 milliards (en 2018) et consomment environ 45% à 50% de l’énergie terrestre et des exportations. Les économies avec un revenu national brut (RNB) de 12 500 dollars par habitant et plus sont considérées comme ayant des « revenus élevés » avec 80 000 dollars par habitant en Suisse et 58 000 dollars par habitant aux USA, tandis que la Croatie rate ce groupe avec 12 400 dollars par habitant. Le tableau ci-dessous montre les pays à revenu élevé selon les tranches d’âge (de 0 à 14 ans, de 15 à 44 ans et de plus de 45 ans).

La population jeune a culminé en 1970 à 230 millions et a diminué de 34 millions (moins 15%) depuis ce sommet. Une estimation donne une stabilisation jusqu’en 2050.
La population en âge de procréer (15-44 ans) a atteint un sommet en 2009 et a baissé de 10 millions (moins 2%) depuis ce sommet. Une estimation donne une baisse de 30 millions de personnes supplémentaires (une diminution supplémentaire de 6%) d’ici à 2050.
La population de 45+ ans a plus que doublé (+ 210%) et est plus importante de 280 millions depuis 1970, lorsque la population des jeunes a atteint un sommet. Une estimation donne une augmentation de 120 millions d’ici 2050.

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Si on décompose la population âgée de 45+ … de 45 à 64 ans par rapport aux 65+ ans, à l’évidence, toute la croissance à partir de maintenant se situe parmi la population âgée de 65 ans et plus, tandis que la population âgée de 45 à 64 ans est en phase de déclin. Compte tenu de la baisse des revenus et des habitudes de dépenses de la population âgée de 65 ans et plus (réduction de 50% au moment où le chef de famille a 75 ans ou plus), cela représente un énorme déficit pour l’activité économique.

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Les pays à revenu intermédiaire supérieur représentent 2,6 milliards et consomment plus de 30% de l’énergie et des importations mondiales. Cela comprend des économies allant de 4 000 à 12 000 dollars du RNB par habitant, y compris la Chine, la Turquie, le Brésil, le Mexique et la Russie. Voici les populations des pays à revenu moyen supérieur, par tranche d’âge:

La population jeune a culminé en 1991 et a diminué de 110 millions (moins 17%) depuis ce sommet. Une estimation donne une baisse d’encore 95 millions (moins encore 17%… une baisse totale de 31%) d’ici 2050.
La population en âge de procréer (15-44 ans) a atteint un pic en 2009 et a diminué de près de 60 millions (moins 5%) depuis ce sommet. Une estimation donne une baisse d’encore 180 millions ou 15% supplémentaires d’ici 2050.
La population de 45+ ans a plus que triplé (+ 353%) et elle est plus important de 670 millions depuis 1970. Une estimation donne une croissance d’encore 420 millions d’ici 2050 (culminant essentiellement d’ici 2050).

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Si on décompose les 45 ans et plus en celle de 45 à 64 ans et celle 65+ ans, la population âgée de 45 à 64 ans atteindra un sommet au milieu des années 2030 et toute la croissance de la population à partir de ce moment sera parmi les plus anciennes.

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Les pays à revenu intermédiaire inférieur représentent 3,1 milliards de personnes et consomment environ 15% de l’énergie et des exportations mondiales, y compris l’Inde, l’Indonésie, le Pakistan, le Bangladesh et l’Égypte. Les économies moyennes inférieures ont un revenu national brut (RNB) de 4 000 à 1 000 dollars par habitant. Voici ci-dessous les populations, par tranches d’âge :

La population jeune a presque doublé depuis 1970 +460 millions (+ 180%) mais est très proche de son sommet et devrait « seulement » augmenter de 40 millions de plus (4%) jusqu’en 2050.
La population en âge de procréer (15-44 ans) a augmenté de +960 millions et a presque triplé depuis 1970, mais la croissance décélère actuellement et devrait continuer de croître de + 390 millions d’ici 2050, mais en raison de la baisse rapide des taux de fécondité, on estime que cela n’aura que peu d’impact sur la population de jeunes.
La population de 45+ ans a plus que triplé (+ 345%) et elle est 490 millions plus grande depuis 1970. On estime qu’elle fera encore plus que doubler (+760 millions) d’ici 2050.

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Les pays à faible revenu ne représentent que 700 millions de personnes et consomment peut-être aussi peu que 5% de l’énergie et des exportations mondiales… Ce sont principalement des populations de pays d’Afrique subsaharienne mais aussi en Afghanistan et en Haïti. Ces régions qui représentent la grande majorité de la croissance démographique entraînent une croissance minime de la consommation d’énergie, de la consommation à l’exportation (produits de base) ou de l’activité économique mondiale… telle est la pauvreté et le manque de pouvoir d’achat. Les pays à faible revenu ont des économies dont le RNB par habitant est inférieur à 1 000 dollars. Voici ci-dessous les populations par tranches d’âge :

La population jeune a augmenté de 200 millions (ou plus que triplé) depuis 1970 et augmentera encore de 170 millions (soit 159%) jusqu’en 2050.
La population en âge de procréer (15-44 ans) a augmenté de +260 millions depuis 1970 et est encore en croissance de +350 millions d’ici 2050.
La population de 45+ ans a plus que triplé (+ 345%) et elle est plus importante de 230 millions depuis 1970. On estime qu’elle fera encore plus que doubler (+350 millions) d’ici 2050.

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Conclusion
Ceux qui sont curieux de savoir ce que sont les bulles financières de 2001, 2008 et d’aujourd’hui… c’est la réaction au taux d’intérêt et l’incitation à la dette liée à l’évolution de la démographie et à la croissance de la population. Ceux qui sont curieux de la guerre commerciale actuelle et des guerres de devises en cours… encore une fois, il s’agit de se battre pour ce qui est maintenant un gâteau mondial de plus en plus faible de consommateurs parmi ceux qui ont la capacité de consommer. Les avantages de la mondialisation ont suivi leur cours et une action d’arrière-garde est en cours pour maintenir l’accès aux économies de premier et de deuxième rang du monde qui se rétrécissent. Ce paysage changeant doit faire partie de la stratégie pour ceux qui cherchent à maintenir l’épargne durement gagnée et la richesse dans un environnement totalement différent de celui qui existait auparavant dans l’histoire moderne.

Chris Hamilton

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The Economic Collapse : Boy Punished For Calling Teacher “Ma’am” And A Mother Was Investigated For Letting Her 8-Year-Old Walk The Dog

he Economic Collapse
Boy Punished For Calling Teacher “Ma’am” And A Mother Was Investigated For Letting Her 8-Year-Old Walk The Dog

Boy Punished For Calling Teacher “Ma’am” And A Mother Was Investigated For Letting Her 8-Year-Old Walk The Dog

Posted: 27 Aug 2018 08:53 PM PDT

Is America going completely and utterly insane? Every day we get even more evidence that this country is going downhill really fast. I am about to share with you some stories that deeply upset me, but it isn’t because anyone died. Rather, these stories demonstrate that the America that so many of us once loved is dying. Liberty and freedom are being eroded with each passing day, and we are rapidly becoming a European-style socialist state in which control freaks micromanage even the smallest details of our lives. Even our speech is being heavily micromanaged, and anyone that gets out of line is likely to be cracked down upon really hard. At this point, things have already gotten so bad that it is getting really difficult to determine what is safe to say and what isn’t safe to say. For example, a 10-year-old boy in North Carolina just made national news because he was punished for calling his teacher “ma’am”…

A 10-year-old boy in North Carolina was punished last week for referring to his female teacher as “ma’am.” The incident left his parents both concerned and confused, they told WTVD-TV.

Teretha Wilson noticed her son, Tamarion, seemed upset after leaving the bus Aug. 21 from his school in the town of Tarboro, she told the station. “I asked him what happened. He said he got in trouble for saying ‘yes ma’am’,” Wilson told WTVD’s Michael Perchick.

Are you kidding me?

If you can get kids to use “sir” and “ma’am” in this day and age it is actually a great accomplishment. But apparently “ma’am” was not this particular teacher’s “preferred title”, and she insisted that little Tamarion quit using it.

And to make her point, she forced Tamarion to write out the world “ma’am” dozens of times on a piece of paper…

Tamarion showed her a piece of paper with the word “ma’am” written dozens of times by hand, four times on every line, Wilson said. The boy said his teacher made him write it because he continued to call her “ma’am” after she asked him not to, the mother told WTVD.

This is just another indication of how pathetic our public schools have become. In recent years we have witnessed a homeschooling boom all over the nation as parents have pulled their kids out of the public school system in record numbers…

In 2017, the U.S. Department of Education estimated that 1.69 million kids between the ages of 5 and 17 were homeschooled, based on spring 2016 numbers. And that data comes just from the 15 states that track homeschooling, as well as Maricopa County, Arizona (Phoenix).

As strange as that first story was, this next one is even stranger.

USA Today is reporting that a mother in Illinois was “investigated” for allowing her 8-year-old daughter to walk the dog around the block…

A mother faced a visit from police and an Illinois Department of Children and Family Services investigation after she allowed her 8-year-old daughter to walk the family’s dog around the block alone on Aug. 2.

Stop the presses and call Robert Mueller!

An 8-year-old girl was allowed to walk the family dog around the block?

What is next? Are we going to allow kids to bicycle down the street and run outside unsupervised when the ice cream truck comes?

Of course I am being sarcastic. The truth is that the authorities in Illinois should be absolutely ashamed of themselves. Literally dozens of people are being shot in the city of Chicago each week, and yet somehow they have time and resources to spend on something like this?

And it probably won’t surprise anyone that this all started with a phone call from a nosy neighbor…

The incident happened as Widen’s daughter walked the family dog, Marshmallow, around the block. A stranger saw the girl walking the dog alone and called police, the Chicago Tribune reports.

Widen told the publication that she can see most of the block from her home’s windows. Walking the Maltese dog is the only time her daughter is unsupervised, she said.

I’m not that old, but when I was 8 years old my mother allowed me and my younger brother to freely wander around pretty much anywhere we wanted.

And we even lived in a foreign country at the time.

Yes, I know that times have changed, and this is something that I wrote about yesterday. But is it really going to be necessary for us to lock our kids up at home all day?

I really detest what is happening to this country, and it is even infecting many of our kids.

For example, just the other day a little girl accused a man of urinating on her and calling her a racial slur. That man’s life would have been ruined, but fortunately the little girl ultimately admitted that she had made it all up…

An outrageous set of accusations claimed a man committed a disgusting act against a child while uttering a racial slur.

But after two days, we find out that the children involved were making it all up.

It started Wednesday when a woman living on Grand Rapids’ Northwest side said that a 5-year-old girl soaked with urine came running to her house. The story that allegedly came from the girl and her friends was that a man urinated on her in an alley in the 1000 block of Leonard Street NW and then used a racial slur against her.

Why can’t people just behave normally?

Sadly, we don’t even know what “normal” is anymore. We live in “Bizarro America” where up is down, right is wrong and everyone just pretty much does whatever is correct in their own eyes.

We like to think that we are a “light” and an “example” for the rest of the world, but we aren’t.

Instead, the rest of the world is laughing at us, and we desperately need to get our act together.

This article originally appeared on The Economic Collapse Blog. About the author: Michael Snyder is a nationally syndicated writer, media personality and political activist. He is publisher of The Most Important News and the author of four books including The Beginning Of The End and Living A Life That Really Matters.

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Vers où va-t-on ? L’empire suicidaire

Vers où va-t-on ?

L’empire suicidaire

Posted: 28 Aug 2018 05:15 AM PDT
Article original de Dmitry Orlov, publié le 21 août 2018 sur le site Club Orlov
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

Il y a beaucoup de comportements exposés par des personnes aux postes de responsabilité aux États-Unis qui semblent disparates et bizarres. Nous regardons Trump qui impose des sanctions pays après pays, rêvant d’éradiquer le déficit commercial structurel de son pays avec le reste du monde. Nous observons à peu près tous les jours, le Congrès américain se surpasser pour tenter d’imposer les sanctions les plus sévères à la Russie. Les habitants de la Turquie, pays clé de l’OTAN, brûlent littéralement des dollars américains et brisent leurs iPhones en pleine crise. Confrontés à une nouvelle série de systèmes d’armements russes et chinois qui neutralisent largement leur capacité à dominer le monde militairement, les États-Unis établissent de nouveaux records en ce qui concerne leurs dépenses de défense manifestement excessivement lourdes et inefficaces.

Pour servir de toile de fond à cette frénésie du complexe militaro-industriel, les talibans progressent régulièrement en Afghanistan, contrôlant désormais la moitié du territoire et s’apprêtant à « réduire à néant » les efforts occidentaux dans cette guerre, comme une répétition du Vietnam, la plus longue guerre américaine. Une liste de plus en plus longue de pays devrait ignorer ou compenser les sanctions américaines, en particulier les sanctions contre les exportations de pétrole iranien. Moment clé, le ministre des Finances de la Russie a récemment déclaré le dollar américain « peu fiable ». Pendant ce temps, la dette américaine continue de grimper, son plus gros acheteur étant déclaré comme un « Autre » mystérieux, voire totalement inexistant.

Bien que cela puisse sembler être des manifestations de nombreuses tendances différentes dans le monde, je crois qu’il est possible de démontrer qu’il s’agit là d’une seule chose : les USA, le suzerain impérial du monde, se tiennent sur une corniche et menacent de sauter, tandis que leurs vassaux, beaucoup trop nombreux pour être mentionnés, se tiennent debout en bas et crient « S’il vous plaît, ne sautez pas !». Bien sûr, la plupart d’entre eux seraient parfaitement heureux de voir le suzerain plonger et se manger le trottoir. Mais voici le point clé : si cela devait se produire aujourd’hui, cela provoquerait des niveaux inacceptables de dommages collatéraux politiques et économiques dans le monde entier. Cela signifie-t-il que les États-Unis sont indispensables ? Non, bien sûr que non, personne ne l’est. Cependant, il faudra du temps et de l’énergie pour s’en passer, et pendant que le processus se déroule comme prévu, le reste du monde est obligé de le garder en vie, même si cela est improductif, stupide et dégradant.

Ce que le monde doit faire, le plus rapidement possible, est de démanteler le centre impérial, qui se trouve politiquement et militairement à Washington, et à New York et Londres pour la partie financière, tout en sauvant d’une manière ou d’une autre le principe de l’Empire. Vous pourriez vous exclamer : « Quoi ? L’impérialisme n’est-il pas maléfique ? ». Bien sûr qu’il l’est, mais les empires permettent une production efficace et spécialisée et un commerce efficace et sans entrave sur de grandes distances. Les empires font toutes sortes de choses mauvaises, jusqu’au génocide, mais ils fournissent également des règles du jeu équitables et une méthode pour empêcher que les griefs mineurs ne dégénèrent en conflits tribaux.

L’Empire romain, puis Byzance, puis la Horde d’or tatare/mongole, puis la Sublime Porte ottomane ont tous fourni ces deux services essentiels – commerce et sécurité sans entrave – en échange d’une quantité constante de rapines et de pillage et de quelques génocides mémorables. L’empire tatare/mongol était de loin le plus simplifié : il exigeait simplement l’attribution du « Jarlig », le tribut, et brisait toute personne qui tentait de se renforcer au delà de la capacité de l’Empire à l’écraser [C’est la Doctrine Wolfowitz, NdT]. L’empire américain est un peu plus nuancé : il utilise le dollar américain comme arme pour exproprier périodiquement l’épargne du monde entier en exportant de l’inflation tout en anéantissant toute personne qui tente de se soustraire au système du dollar américain.

Tous les empires suivent une certaine trajectoire. Au fil du temps, ils deviennent corrompus, décadents et affaiblis, puis ils s’effondrent. Quand ils s’effondrent, il y a deux façons de faire. L’une d’entre elles consiste à traverser un âge sombre multi-séculaire, comme ce fut le cas en Europe occidentale après l’effondrement de l’Empire romain occidental. Un autre est de passer à un autre empire, ou un ensemble d’empires coopérants, pour prendre le relais, comme cela s’est produit après la chute de l’Empire ottoman. Vous pensez peut-être qu’une troisième voie existe : les petites nations coopèrent avec douceur et collaborent avec succès à des projets d’infrastructure internationale au service du bien commun. Un tel schéma est peut-être possible, mais j’ai tendance à avoir une vue pessimiste de nos natures simiennes.

Nous sommes équipés d’un MonkeyBrain 2.0, qui a des fonctions intégrées très utiles pour l’impérialisme, ainsi qu’un soutien auxiliaire au nationalisme et à la religion organisée. Nous pouvons compter sur eux. Tout le reste serait une répétition d’une expérience ratée ou une innovation non testée. Bien sûr, innovons, mais l’innovation prend du temps et des ressources, et ce sont exactement les deux choses qui font actuellement défaut. Ce que nous avons en permanence en surplus, ce sont les révolutionnaires : s’ils ont leur mot à dire, vous verrez un règne de terreur, suivi de la montée d’un Bonaparte. C’est ce qui se passe à chaque fois.

À moins que vous ne pensiez que les États-Unis ne sont pas un empire en cours d’effondrement, considérez ce qui suit. Le budget de la défense des États-Unis est plus important que celui des dix pays suivants réunis, mais les États-Unis ne peuvent pas triompher, même en Afghanistan, un pays rachitique militairement. (C’est parce qu’une grande partie de son budget de défense est trivialement volée.) Les États-Unis ont quelque chose comme un millier de bases militaires, essentiellement des garnisons, sur la planète entière, mais sans effets connus. Ils revendiquent la planète entière comme leur domaine : peu importe où vous allez, vous devez toujours payer des impôts sur le revenu aux États-Unis et êtes toujours soumis aux lois américaines. Elles contrôlent et manipulent les gouvernements dans de nombreux pays du monde, en visant toujours à les transformer en satrapies gouvernées par l’ambassade des États-Unis, mais avec des résultats allant de peu rentables à embarrassants et même mortels. Ils échouent maintenant à pratiquement toutes ces choses, menaçant la planète entière de sa disparition prématurée.

Ce que nous observons, à tous les niveaux, est une sorte de chantage : « Faites ce que nous disons, ou on vous retire l’empire ! ». Le dollar américain disparaîtra, le commerce international cessera et un âge sombre s’abattra, forçant tout le monde à peiner en cultivant la terre pendant un millénaire tout en devant gérer des conflits futiles et interminables avec les tribus voisines. Aucune des anciennes méthodes de maintien de la domination impériale ne fonctionne ; il ne reste plus qu’une menace de chute et un énorme gâchis pour le reste du monde. Le reste du monde est maintenant chargé de créer rapidement une situation où l’Empire des États-Unis peut bénéficier d’un coup de grâce en toute sécurité, sans causer de dommages collatéraux, et c’est une tâche énorme.

Il y a beaucoup de postures militaires et des provocations politiques se produisent tout le temps, mais ce sont des allers-retours qui deviennent un luxe inabordable : il n’y a rien à gagner grâce à ces méthodes et il y a beaucoup à perdre. Essentiellement, tous les arguments concernent l’argent. Il y a beaucoup d’argent à perdre. L’excédent commercial total des pays des BRICS avec l’Occident (essentiellement les États-Unis et l’UE) dépasse le millier de milliards de dollars par an. L’OSC, un autre groupe de pays non occidentaux, arrive maintenant à un niveau presque égal. La différence, c’est la quantité de produits que ces pays produisent pour lesquels ils n’ont actuellement pas de marché intérieur. Si l’Occident s’évapore du jour au lendemain, personne n’achètera plus ces produits. La Russie à elle seule a enregistré un excédent commercial de 116 milliards de dollars en 2017 et, en 2018, il a progressé de 28,5%. Rien que la Chine, dans son commerce avec les États-Unis seulement, a dégagé un excédent de 275 milliards de dollars. Rajoutez 16 milliards de dollars supplémentaires pour son commerce avec l’UE.

Ce sont des chiffres importants, mais ils sont loin d’être suffisants si le projet consiste à construire un empire mondial clé en main pour remplacer les États-Unis et l’UE en temps utile. En outre, il n’y a pas de preneurs. La Russie est plutôt contente d’avoir quitté ses anciennes charges soviétiques et est actuellement investie dans la mise en place d’un système de gouvernance multilatéral et international fondé sur des institutions internationales telles que l’OSC, les BRICS et l’Union eurasienne. De nombreux autres pays sont très intéressés à se regrouper dans de telles organisations : plus récemment, la Turquie a manifesté son intérêt pour transformer les BRICS en BRICTS.

Essentiellement, toutes les nations post-coloniales du monde entier sont maintenant obligées de revenir partiellement sur leur indépendance récemment acquise, transformant une victoire en défaite. Le poste vacant de Suzerain Suprême Global est peu susceptible d’attirer des candidats qualifiés.
Ce que tout le monde semble vouloir, c’est un empire mondial, humble, à petit budget et coopératif, sans toute la corruption et avec un militarisme beaucoup moins agressif. Il faudra du temps pour le construire, et les ressources pour le faire ne peuvent venir que d’un seul endroit : du saignement progressif des USA et de l’UE. Pour ce faire, les rouages ​​du commerce international doivent continuer à tourner. Mais c’est exactement ce que tentent d’empêcher tous les nouveaux tarifs et sanctions, les ragots et les provocations politiques : un navire chargé de soja fait maintenant des cercles dans le Pacifique au large des côtes chinoises ; des poutres en acier rouillent sur un quai en Turquie…

Mais il est douteux que ces tentatives fonctionnent. L’UE a été trop lente pour reconnaître à quel point sa dépendance à l’égard de Washington est pernicieuse et cela prendra encore plus de temps pour trouver des moyens de s’en libérer, mais le processus a clairement commencé. Pour sa part, Washington est à court d’argent, et comme ses agissements actuels auront tendance à faire que l’argent se raréfiera encore plus vite qu’il ne le ferait autrement, les gars à Washington vont sentir la douleur passer, ce qui les forcera à un changement de cap. En conséquence, tout le monde ira dans la même direction : vers un effondrement impérial lent, régulier et contrôlable. Tout ce que nous pouvons espérer, c’est que le reste du monde parvienne à se réunir et à construire au moins l’échafaudage d’un remplaçant impérial fonctionnel à temps pour éviter de sombrer dans un nouvel âge sombre post-impérial.
Les cinq stades de l’effondrement
Dmitry Orlov

Le livre de Dmitry Orlov est l’un des ouvrages fondateur de cette nouvelle « discipline » que l’on nomme aujourd’hui : « collapsologie » c’est à-dire l’étude de l’effondrement des sociétés ou des civilisations.

Note du traducteur

Décidément, Dedefensa est dans tous les bons coups, devançant même Dmitry Orlov d’une bonne semaine avec son article Préparer le monde post-USA. Cet article de Dmitry Orlov est sans doute fondamental car il avance un cran plus loin dans l’analyse, garder la structure impériale debout sans l’Empire prédateur autour. Mais il ne parle pas de la gouvernance de cet imperium light.

La Chine raille les USA : « Nous allons survivre à votre guerre commerciale »

Posted: 28 Aug 2018 05:11 AM PDT
Article original de Mac Slavo, publié le 6 août2018 sur le site Shift Plan
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

La Chine se moque des États-Unis à cause de l’augmentation des tensions autour de la guerre commerciale. Les autorités chinoises ont averti par leurs médias officiels qu’elles survivraient à la guerre commerciale avec les États-Unis.

Au fur et à mesure que les droits de douane sont ajoutés et que les prix des biens et services augmentent pour lutter contre la réglementation gouvernementale croissante de l’économie, la Chine insiste sur le fait qu’elle peut mener une guerre commerciale avec les États-Unis. Bien sûr, ils le peuvent puisque ce sont les consommateurs américains qui vont payer la note de cette idée horrible.
La déclaration de survie à cette guerre commerciale semble être une réponse à l’annonce faite vendredi par le gouvernement chinois, selon laquelle une liste des droits de douane pourrait potentiellement affecter les produits importés. Les droits de douane vont de 5% à 25% sur les 60 milliards de dollars de produits agricoles, métalliques et chimiques américains. Les droits de douane entreraient en vigueur si les États-Unis appliquaient leurs menaces de relever ces droits à 25% sur une valeur de 200 milliards de dollars de produits chinois.

Le lendemain, le président Donald Trump a déclaré que les États-Unis ont toujours la haute main sur la guerre commerciale, mais selon la plupart des experts financiers et économiques, Trump a tort. « La Chine doit défendre son droit au développement et nous ne craignons pas de sacrifier des intérêts à court terme », écrit le Global Times dans un éditorial. « Les États-Unis tentent de conclure rapidement les différends commerciaux, mais la Chine est prête pour une guerre prolongée (…) À l’avenir, l’économie américaine dépendra davantage du marché chinois. » Mais l’éditorial a également souligné la rationalité de la Chine et a déclaré que son peuple ne veut pas d’une guerre commerciale..

Eh bien, les Américains ne veulent pas non plus de guerre commerciale, et franchement, ils ne peuvent pas se le permettre. Les Chinois ont en effet des économies à dépenser en cas d’urgence. On ne peut pas en dire autant de l’Américain moyen. La plupart des Américains vivent avec leur dernier chèque de paie ; ce qui signifie que toute augmentation du coût des biens ou des services pourrait être préjudiciable.

Mais selon Bloomberg, la liste de près de 6 000 articles, portant sur 1 million de dollars d’importations par an, que la Chine a dévoilée vendredi, pourrait être plus destinée à « sauver la face » qu’une mesure de rétorsion directe, puisque 500 des articles listés ne sont pas échangés et que 2 000 autres le sont moins que ce qui a été rapporté. Pendant ce temps, le côté américain a minimisé l’impact de la guerre commerciale sur sa propre économie, le président Trump affirmant sans preuve que U.S. Steel ouvrirait plusieurs nouvelles aciéries en raison des droits de douane américains sur l’acier étranger.

Jusqu’à présent, les géants du commerce (les États-Unis et la Chine) sont en pleine négociation commerciale. La Chine a également porté plainte auprès de l’Organisation mondiale du commerce au sujet des droits de douane américains. Ces différends sont courants : les États-Unis et la Chine ont eu au total 32 différends en cours du seul mois dernier, et les États-Unis et l’UE en ont eu 52.

Mac Slavo

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Vers où va-t-on ? Première Guerre mondiale : la division de la civilisation

Vers où va-t-on ?

Première Guerre mondiale : la division de la civilisation

Posted: 29 Aug 2018 06:29 AM PDT
Article original, publié le 1er août 2018 sur le site Katehon
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

Le prochain anniversaire de la fin de la Première Guerre mondiale nous fait à nouveau penser qu’elle a déchiré l’histoire de l’humanité en deux…

Parce qu’après la Première Guerre mondiale, tout était possible. Après il est devenu possible de faire tout ce qui a pu se passer lors la Seconde Guerre mondiale, qui, en fait, n’est la seconde que dans la seule tradition historique. En fait, il s’agissait juste d’une continuation de la première après une trêve de 20 ans, car elle se donnait les mêmes tâches que la précédente.

Au cœur de la guerre est la confiance en soi dans chaque camp
Tout le monde connaît l’histoire. Allons directement aux conclusions quand aux causes de la guerre, et ses résultats. Et la conclusion, en général, est simple jusqu’à l’indécence: la confiance en soi.
L’Autriche-Hongrie, qui a commencé la guerre, était sûre qu’elle battrait la faible Serbie. Et si à cause de cela la Russie intervenait, la grande sœur allemande l’aiderait.

L’Allemagne était sûre qu’elle contrôlerait la Russie à l’est tout en résolvant le problème de la France. Le Kaiser ne se souciait pas beaucoup de l’union de cette dernière avec la Grande-Bretagne ; de Londres, il avait reçu assez de signaux que la Grande-Bretagne n’entrerait pas en guerre, malgré l’alliance franco-anglo-russe.

La France était convaincue que les Allemands ne passeraient pas ses fortifications. A Paris, personne ne croyait au fait que les « Teutons » ignoreraient la neutralité des pays tiers et traverseraient la Belgique.

La Russie était convaincue que le « rouleau compresseur » de ses forces armées ne ferait que rouler sur l’Allemagne pour en faire une crêpe délicate, sans oublier l’Autriche-Hongrie, dont l’armée, en général, se faisait écraser plutôt rapidement et habilement. Mais cette image victorieuse a été gâchée par l’Allemagne, qu’il n’était pas possible d’aplatir aussi facilement.

Enfin, l’Angleterre était persuadée que le « rouleau compresseur » de la Russie écraserait bientôt l’Allemagne, et que Londres n’aurait qu’à profiter de la répétition de la situation de 1812, quand les Russes humilièrent et écrasèrent l’armée de Napoléon.

La Serbie était convaincue que la Russie aurait assez de temps pour la défendre. Les motifs de la Turquie pour rejoindre l’alliance avec l’Allemagne sont brumeux. Le Japon, toujours gourmand, croyait que profitant de l’emballement, il s’emparerait de toutes les colonies allemandes en Chine. L’Italie a longtemps hésité, mais on lui a aussi assuré qu’en toute impunité elle piquerait à l’Autriche quelques vallées dans les Alpes…

En général, tout le monde était confiant en soi. Et ils ont cru qu’en trois mois au maximum la guerre se terminerait par une grande victoire pour leur pays.
Solution fatale
Il est curieux qu’aujourd’hui la situation soit similaire. Non, pas dans le sens du même « défilé de pays ». L’Allemagne n’est plus la même et ses forces armées peuvent être écrasées même par la Pologne. L’Angleterre est sans défense [elle a quand même un arsenal nucléaire maintenu… par les USA, NdT]. La France [idem mais à priori en toute autonomie, NdT] et l’Italie sont aussi sans grandes forces dans les conditions actuelles. Sur le tapis de jeu, avec tous les pays, aujourd’hui, c’est l’Amérique qui a vraiment une force réelle.

Et, néanmoins, les relations internationales sont à nouveau alignées dans la même configuration. La Russie a de bonnes relations économiques et même psychologiques avec l’Allemagne. Mais l’Allemagne mène l’hystérie anti-russe. Et cela pour le bien d’un Empire austro-hongrois inutile et en voie de disparition. Aujourd’hui, c’est l’Ukraine qui tient cette place et qui ne parvient pas à ramasser une colonie pour son propre bénéfice, alors la Serbie, maintenant le Donbass.

Dans l’histoire, les tendances se répètent ainsi que les circonstances. En tout cas, l’Angleterre, comme alors, se cache : mais jusqu’à la fin, personne ne saura si elle agira vraiment, et de quel côté. En tout cas, les observateurs internationaux ont récemment noté la frénésie de Londres par rapport à la Russie.

La Première Guerre mondiale a été une tragédie d’envergure mondiale qui a coûté la vie à des millions de personnes, entraînant d’énormes pertes économiques et remodelant radicalement le paysage politique européen.

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Le blog de Liliane Held-Khawam:Espagne: Des inégalités économiques au coeur de l’imbroglio Régional. Nicolas Klein

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août 30, 2018 par LHK
Espagne: Des inégalités économiques au coeur de l’imbroglio Régional. Nicolas Klein

Une guerre socio-économique impitoyable au coeur des Régions!

Les inégalités socio-économiques, talon d’Achille de l’Espagne

Cette reprise économique vigoureuse, qui se traduit par une forte croissance du produit intérieur brut, une réduction rapide du taux de chômage, une diminution très progressive du déficit public et une confiance retrouvée dans l’Espagne, ne doit toutefois pas cacher un phénomène inquiétant : ces avancées se font au prix d’une casse sociale durement ressentie par la population et de fortes inégalités. Ces dernières sont perceptibles à la fois entre Espagnols et entre régions. C’est sur ces deux aspects que nous souhaitons nous arrêter un instant.

Et la précarité était le prix à payer

La brusque destruction d’emplois dans le pays suite à la crise économique de 2008 a jeté des millions de personnes et de foyers dans la précarité, voire la misère. Le fait de retrouver un poste de travail n’est d’ailleurs pas une garantie en soi de vivre dans des conditions décentes. C’est particulièrement vrai pour les emplois saisonniers qui dépendent du tourisme. Au cours du troisième trimestre de l’année 2017, par exemple, 235 000 postes ont été créés, ce qui a permis de faire baisser le taux de chômage jusqu’à 16,38 % de la population active. Notons néanmoins que 58,4 % de ces nouveaux emplois ont été occupés par des jeunes 16 à 24 ans dans des conditions précaires (avec des contrats de très courte durée pouvant aller jusqu’à un jour seulement)[1]. De façon générale, la jeunesse espagnole doit affronter des difficultés économiques[2]. En 2005, le risque de pauvreté chez les jeunes de 16 à 24 ans était de 23,6 % et il a explosé jusqu’à 40 % en 2016 – tandis qu’il s’est réduit de 32 % en 2005 à 16 % en 2016 chez les Espagnols âgés de 65 ans ou plus[3]. Certains n’hésitent plus à parler d’un « mur invisible » (muro invisible) pour évoquer les entraves qui sont imposées aux jeunes gens sur le marché du travail espagnol[4].

Le sort de ceux qui n’ont pas d’emploi est encore moins enviable puisque 80 % des inégalités qui se sont creusées outre-Pyrénées depuis 2008 sont liées à la perte de son emploi ou à l’incapacité à entrer sur le marché du travail[5]. Le coefficient de Gini a évolué en Espagne de 0,316 en 2004, au plus fort des années de croissance, à 0,347 en 2014 (où 0 représente l’égalité absolue et 1, l’inégalité la plus parfaite). Il dépasse toujours aujourd’hui 0,34[6].

Selon la Commission européenne, les 20 % les plus riches de la population espagnole gagnent 6,6 fois plus que les 20 % les plus pauvres, ce qui situe l’Espagne dans les nations les plus inégalitaires de l’Union européenne[7]. Ce sont désormais les entreprises qui fixent plus librement les conditions de travail et le type de contrat de leurs employés, ce qui entraîne plus de précarité pour ces derniers[8]. Par ailleurs, l’Espagne est touchée à la fois par l’ubérisation de l’économie[9] et à une forte polarisation du marché du travail entre contrats à durée indéterminée (souvent très temporaires) et contrats à durée déterminée[10]. Dans son rapport pour l’année 2015, l’organisation non gouvernementale britannique Oxfam allait encore plus loin en affirmant que, depuis 2007, notre voisin pyrénéen était le pays de l’Union européenne où les inégalités avaient le plus augmenté, juste derrière Chypre[11]. Une déclaration-choc qui n’est pas sans poser des problèmes méthodologiques et qui a été largement contestée par certains organismes espagnols, comme l’Institut Juan-de-Mariana[12].
Espagne salaires.PNG

Source: https://www.wsws.org/fr/articles/2017/09/rctl-s30.html

Il ne nous appartient pas de trancher dans ce débat. En revanche, il est certain qu’il existe de grandes disparités de revenus et de richesse entre Espagnols, certains collectifs étant clairement plus pénalisés que d’autres. C’est ainsi que les jeunes Espagnoles travaillant dans l’hôtellerie ou le commerce de détail sont plus susceptibles de toucher le salaire minimum interprofessionnel (SMI)[13] que d’autres groupes de citoyens[14]. De façon générale, entre 2015 et 2016, 40 % de toute la richesse créée dans le pays a été captée par seulement 1 % des citoyens et quatre nouveaux multimillionnaires sont entrés dans le classement des principales fortunes mondiales[15].

Comme nous venons de l’expliquer, les inégalités sur le marché du travail y sont pour beaucoup. Entre le 1er janvier et le 30 novembre 2017, près de 20 millions de contrats de travail ont été signés outre-Pyrénées mais 26 % d’entre eux ont duré cinq jours ou moins[16]. Selon les calculs de Florentino Felgueroso, chercheur à la Fondation des Études d’Économie appliquée (FEDEA), un travailleur au contrat précaire devait attendre en moyenne 94 mois pour décrocher un contrat à durée déterminée durant la période 2008-2016, contre 57 mois au cours de la période 2001-2007[17]. En juillet 2017, les contrats à durée déterminée ou à temps partiel (le plus souvent subi) représentaient 42,4 % de l’ensemble des contrats de travail du pays[18]. Il en va de même dans le secteur public : l’emploi de ce dernier a certes crû de 4,44 % au premier trimestre 2018 mais il est devenu de plus en plus temporaire[19]. C’est, semble-t-il, le prix à payer pour maintenir la fameuse « compétitivité-coût » de l’Espagne.

Ces problèmes face au marché de l’emploi ont des conséquences à la fois socio-économiques (un fort taux de travail non déclaré, par exemple) et politiques (une méfiance palpable face aux institutions publiques)[20]. Même sur des sujets aussi idéologiques que l’indépendantisme catalan, l’appartenance à telle ou telle couche de la société conditionne les décisions politiques. En Catalogne, ceux qui ne rendent pas publics leurs revenus mensuels, qui touchent moins de 900 euros par mois, de 900 à 1 200 euros ou de 1 200 à 1 800 euros sont majoritairement unionistes (respectivement à 54 %, 59 %, 66 % et 51 %). Au contraire, plus on dépasse les 1 800 euros de revenus mensuels, plus on est séparatiste : à 53 % entre 1 800 et 2 400 euros, à 55 % entre 2 400 et 4 000 euros et à 54 % au-delà de 4 000 euros[21].
La guerre des communautés autonomes

Une concurrence généralisée entre régions

Ces considérations catalanes nous amènent à nous pencher plus précisément sur les inégalités régionales, très marquées outre-Pyrénées. Il faut dire qu’il existe à la base des différences de structures économiques et sociales entre communautés autonomes espagnoles, depuis le Pays basque et la Navarre (qui disposent d’un statut fiscal très avantageux grâce à l’État central)[22] jusqu’à l’Andalousie, l’Estrémadure ou les îles Canaries (qui souffrent d’un taux de chômage traditionnellement plus élevé que dans le reste de l’Espagne, d’une faible diversification économique, d’un emploi non déclaré endémique, etc.)

L’essentiel des grandes compagnies et du tissu industriel espagnols est concentré dans le Nord du pays et à Madrid, là où se trouvent également les plus faibles taux de chômage, la productivité la plus élevée ainsi que l’emploi le plus stable et le plus spécialisé[23]. De plus, la conjonction entre chômage et vieillissement de la population a des conséquences dramatiques dans certaines communautés autonomes comme la Principauté des Asturies, la Galice ou la Castille-et-León, où le taux d’actifs se réduit chaque année un peu plus[24]. Les autonomies les mieux placées dans la plupart des classements économiques espagnols sont généralement la Communauté de Madrid, le Pays basque, la Navarre, la Catalogne et la Communauté de Valence[25].

D’autres, au contraire, cumulent les handicaps et ont été l’objet de peu d’attention de l’État central ces dernières années. C’est le cas de l’Estrémadure, communauté autonome à la frontière avec le Portugal, peuplée d’un peu plus d’un million d’habitants. Si son patrimoine historique, architectural et artistique est extraordinaire, sa situation économique est traditionnellement délicate. Elle affiche au premier trimestre de l’année 2018 un taux de chômage de 25,9 % de la population active[26] (contre 16,1 % au niveau national) et ses infrastructures de transport, notamment dans le domaine ferroviaire, sont peu développées[27]. La région a du mal à lutter sur un pied d’égalité avec la Catalogne, y compris dans de domaines agroalimentaires où elle a des atouts, comme la production de cava (le « champagne espagnol »)[28].

Un jeu truqué ?

C’est qu’en réalité, l’« Espagne des autonomies » repose sur une organisation territoriale et institutionnelle disparate dans laquelle les composantes du pays ne disposent pas des mêmes avantages ni des mêmes compétences : « La constitution espagnole n’a donc pas organisé un territoire fédéral dans lequel la collaboration entre les niveaux de pouvoir serait formulée à l’origine et dans lequel la centralité de l’État et l’égalité des territoires seraient des valeurs reconnues par tous. Personne n’imaginait en 1978 que Madrid ou la Castille deviendraient des communautés autonomes avec leurs propres parlements. C’est l’action politique des élus et des électeurs de certains territoires qui a eu un effet d’entraînement aboutissant à la généralisation d’une décentralisation allant bien au-delà de ce qui était prévu par les auteurs de la constitution »[29].

Le système de redistribution de l’argent public par l’État central au profit des communautés autonomes a beaucoup évolué au fil des décennies et se caractérise aujourd’hui par une opacité et une complexité qui suscitent rancœurs, jalousies et accusations croisées entre régions[30]. Une telle organisation a certes permis à chaque autonomie de suivre sa propre voie (car la politique économique et fiscale est outre-Pyrénées une prérogative régionale, qui doit néanmoins suivre les orientations générales de l’État[31]) mais elle n’a jamais prouvé son efficacité, ni en termes de cohésion nationale[32], ni en termes d’enrichissement : « En résumé, les avantages économiques supposés de l’autonomie régionale ne sont visibles nulle part. Ils sont équivoques, incertains et ne parviennent à se manifester ni en Espagne, ni dans d’autres pays qui ont derrière eux une tradition fédérale ou qui, comme le nôtre, ont entrepris au cours des cinquante dernières années un processus de décentralisation tourmenté. […] Les hommes politiques locaux qui ont des louanges plein la bouche pour l’autonomie régionale car elle permettrait (ainsi qu’ils le promettent à leurs électeurs) de prendre le chemin de la prospérité ne savent pas de quoi ils parlent ou mentent de manière éhontée. Quant à ceux qui, dans un pays comme l’Espagne (qui est parvenue à l’un des plus forts degrés de décentralisation du monde), réclament plus de compétences pour pouvoir développer toutes les potentialités de leur région se complaisant dans un discours fallacieux qui se moque de l’intelligence des citoyens dument informés »[33].

Petit à petit, l’État central espagnol s’est vidé de sa substance au profit des communautés autonomes, à tel point que l’Espagne est aujourd’hui la deuxième nation la plus décentralisée au monde[34]. Conjugué à la crise socio-économique de 2008 et à la défiance généralisée vis-à-vis d’institutions de plus en plus corrompues et inefficaces, le défi séparatiste catalan a probablement porté un coup mortel à l’organisation politique et territoriale mise en place outre-Pyrénées entre 1978 et 1983[35], même si aucune alternative crédible n’a été proposée jusqu’à présent. Selon plusieurs sondages, les citoyens espagnols sont de plus en plus nombreux à soutenir l’idée d’une recentralisation du pouvoir (ils sont 20 % en 2018 à le désirer contre 9 % en 2005)[36].

Nord contre Sud

En attendant, la compétition économique entre communautés autonomes espagnoles n’a jamais été aussi exacerbée[37] (tout comme l’est la compétition entre État de l’Union européenne) et elle est en partie au cœur de l’indépendantisme catalan[38].

Les finances de chacune des régions s’en ressentent et le gouvernement de Madrid est régulièrement obligé de venir au secours de certaines d’entre elles (notamment la Catalogne, la Communauté de Valence, l’Andalousie ou la Castille-La Manche) afin de leur éviter une banqueroute pure et simple.

Cela ne manque pas de soulever des incompréhensions au sein d’autonomies plus rigoureuses en termes financiers[39]. L’on peut percevoir ces inégalités dans tous les domaines. Par exemple, le pourcentage de travailleurs hautement qualifiés est surtout fort dans la Communauté de Madrid et, dans une moindre mesure, au Pays basque et en Catalogne[40]. En matière de rémunération annuelle brute, la Communauté de Madrid, le Pays basque et la Navarre mènent la danse tandis que les îles Canaries, la Région de Murcie et l’Estrémadure sont en queue de peloton[41].

La donnée la plus frappante est sans nul doute le taux de chômage par province puisqu’une carte élaborée à partir de cette variable laisse entrevoir une coupure assez nette entre le Nord (plus riche) et le Sud (plus pauvre). À la fin du troisième trimestre 2017, le taux de demandeurs d’emplois au niveau national en Espagne était de 16,38 % de la population active mais la variation était considérable entre la province de Huesca (Aragon), au pied des Pyrénées, avec 6,2 %[42], et la province de Cordoue (Andalousie), avec 30,2 %. La province de Guipuscoa (Pays basque) ne dépassait pas les 8,7 %, tandis que celle de Lugo (Galice, 11,1 %), de Lérida (Catalogne, 11,4 %), de Soria (Castille-et-León, 8,2 %) ou de Ségovie (Castille-et-León, 10,7 %) restaient à un niveau raisonnable. Au contraire, les provinces d’Almería et de Cadix (Andalousie, 27,6 %) souffraient grandement[43].
Taux de chômage espagnole par province.PNG

Jusqu’à 27.6% de taux de chômage dans certaines provinces du Sud! Source: https://actualiteespagnole.wordpress.com/2017/11/01/un-taux-de-chomage-en-baisse-en-espagne-en-depit-de-grosses-inegalites-regionales/

Dans ce cadre, l’Andalousie est effectivement l’exemple du problème du sous-développement de l’Europe du Sud. Elle a connu un réel rattrapage par rapport au niveau moyen espagnol et européen entre les années 80 et 2000 (27 points entre 1986 et 2010[44]) mais cette évolution n’est que partielle. Surtout, la région a toujours du mal à résorber son chômage de masse et à muscler son secteur technologique[45]. D’autres communautés ont choisi, pour des raisons politiques, de mettre sous le boisseau les questions sociales. C’est le cas de la Catalogne, qui, au nom de l’indépendantisme, néglige depuis longtemps les plus fragiles, qui le rendent bien aux séparatistes, comme nous l’avons plus haut[46].

Le malheur des uns fait le bonheur des autres

En ce sens, si la Communauté de Madrid, la Région de Murcie, l’Aragon, le Pays basque et les Baléares sont les communautés autonomes qui devraient le plus croître en 2018[47], la situation est très hétérogène en fonction de la région espagnole. Chaque autonomie cherche à valoriser ses atouts et à tirer la couverture à elle, quitte à profiter de la situation délicate d’une région frontalière.

La Communauté de Valence, de plus en plus imbriquée à l’économie madrilène[48], bénéficie des remous économiques que subit la Catalogne en raison des troubles séparatistes pour attirer des entreprises catalanes à elle[49]. Alors qu’elle avait vu ses grandes caisses d’épargne régionales (Bancaja, Caja de Ahorros del Mediterráneo, Banco de Valencia) faire faillite durant la crise, elle s’est reconstituée une place bancaire majeure avec l’installation à Valence de Caixabank et de Sabadell à Alicante, deux entreprises bancaires qui ont fui la Catalogne après le référendum indépendantiste illégal du 1er octobre 2017. De son côté, Bankia a repris des couleurs après des années de turbulences[50]. De fait, la capitale espagnole et la troisième ville du pays sont les deux régions qui ont rapidement capté le plus de sièges d’entreprises en provenance de Catalogne durant la crise séparatiste (57 % dès octobre 2017)[51].

De son côté, l’Aragon cherche à développer des projets qui viendraient à bout de la désertification de ses zones rurales et notamment de la province de Teruel[52]. Les initiatives ne manquent pas comme la création il y a quelques années d’un aéroport près de Teruel. Ce dernier n’accueille pas de passagers mais uniquement des aéronefs à entretenir, à stocker ou à désosser. Le succès est total et de nombreuses entreprises aéronautiques se sont installées sur place, tant et si bien que les locaux deviennent désormais trop petits[53]. Quant aux habitants de la petite commune de Castelserás (820 habitants environ), ils se sont mis à vendre massivement des produits de toutes natures sur Internet : pain, luzerne, objets d’occasion, jouets, cosmétique, encre, imprimantes, photocopieurs, couteaux, etc. La réputation de cette bourgade a dépassé les frontières de l’Aragon et la presse espagnole en parle désormais comme de la Silicon Valley espagnole[54] – même si la comparaison est volontairement exagérée. De son côté, la ville de Saragosse s’impose de plus en plus comme le grand pôle logistique du Nord de l’Espagne et son aéroport de marchandises pourrait devenir dès 2018 le deuxième du pays en nombre de tonnes, devant l’aéroport de Barcelone-El Prat[55]. Ces projets parfois isolés suffiront-ils à revitaliser les zones déprimées du Sud de l’Aragon ?[56] Rien n’est moins sûr pour le moment.

Évoquons enfin une dernière inégalité régionale – qui n’est sans doute pas la moindre. Depuis plusieurs décennies, c’est la Communauté de Madrid qui a le plus bénéficié de l’enrichissement de l’Espagne et a su se positionner comme la région la plus dynamique. Les trois communes les plus riches de notre voisin ibérique en termes de produit intérieur brut par habitant (Pozuelo de Alarcón, Las Rozas de Madrid et Majadahonda) se trouvent toutes dans la banlieue de la capitale et ont su attirer de nombreuses entreprises du fait d’une politique municipale proactive[57]. De façon générale, à partir de 1980, l’aire urbaine madrilène a crû à une vitesse importante, plus que celle de Barcelone, détrônant peu à peu la Catalogne comme moteur de l’économie nationale. Alors que la Communauté de Madrid représentait 15,7 % de la richesse espagnole en 1981 et que la Catalogne en expliquait 18,3 %, en 2016, la première avait atteint 18,9 % et la seconde, 19 %. La spécialisation économique de Madrid dans des industries et des services à forte valeur ajoutée[58] explique dans une grande mesure ce différentiel de croissance. La résilience de Madrid à la crise a été bien supérieure[59] et, depuis une vingtaine d’années, l’industrie a bien plus fui la Catalogne que la capitale ou le Pays basque[60].

Dans tous les domaines, la capitale espagnole a su s’imposer sur son éternelle rivale : immobilier[61], investissement étranger[62], endettement public[63], chiffre d’affaires des entreprises[64], attractivité pour les travailleurs qualifiés[65], etc. Le phénomène est déjà ancien alors que Barcelone était depuis la fin du xixe siècle le grand pôle économique d’Espagne[66]. Toutefois, un tel mouvement a été singulièrement renforcé par la crise séparatiste catalane, qui a fait fuir de nombreuses entreprises (environ 4 000 sièges se sont installés dans une autre communauté autonome). La capitale et sa région ont été les principales bénéficiaires de cet exode avec 25 milliards d’euros de chiffres d’affaires qui ont ainsi choisi Madrid[67]. Il se pourrait que la Communauté de Madrid, qui est déjà l’autonomie espagnole la plus riche du pays en PIB par habitant, devienne aussi la plus puissante du pays en 2018 ou 2019[68].

La Catalogne n’est pourtant pas sous-financée et 80 % de son budget vient même de la redistribution opérée par l’État[69]. De même, c’est la suspension de l’autonomie catalane par l’État central, en vertu de l’article 155 de la Constitution de 1978, qui a permis, à compter du 27 octobre 2017, de freiner la saignée économique générée par le défi séparatiste[70].

Une dynamique aux lourdes conséquences sociales et politiques est en réalité entamée depuis un moment au profit de la capitale et au détriment de la Catalogne[71], cette dernière étant en partie responsable des maux dont elle souffre aujourd’hui. L’augmentation de la pauvreté dans l’aire urbaine barcelonaise[72] ainsi que l’échec des politiques mises en place par le maire de la deuxième ville espagnole, Ada Colau (soutenue par Podemos), pour lutter contre les fléaux qui la touchent (dont le tourisme sauvage) dressent ainsi un bilan sombre[73]. L’avenir semble d’autant plus inquiétant que l’agglomération de Barcelone et celle de Tarragone, qui représentent les zones les plus riches, les plus peuplées et les plus dynamiques de Catalogne, sont aussi celles qui sont le plus unionistes dans la région et dont certains habitants aimeraient se constituer en communauté autonome intégrée à l’Espagne nommée « Tabarnia »[74].

Les neuf comarques[75] catalanes les plus riches et productives (Vallés Oriental, Vallés Occidental, Barcelonés, Bajo Llobregat, Garraf, Bajo Penedés, Tarragonés, Bajo Campo, Anoya) ainsi que le Val d’Aran (à l’identité particulière) sont de même celles qui votent le moins pour les séparatistes alors que les dix comarques les plus nationalistes (Pallars Sobirá, Solsonés, La Garrocha, El Bergadá, Osona, Moyanés, Las Garrigas, El Priorato, Pla de l’Estany et la Cuenca de Barberá) sont aussi les plus pauvres[76].

Les différences économiques structurelles entre la Communauté de Madrid[77] et la Catalogne, qui dérivent en inégalités sociales, traduisent une véritable crise de la métropole barcelonaise[78], laquelle contraste avec l’essor de la capitale[79]. Si cette dernière n’est pas exempte de problèmes[80], sa réussite est donc à l’origine de bien des frustrations au sein de l’indépendantisme catalan.

[1] Voir Pascual, Raquel, « Los jóvenes ocuparon más de la mitad de los nuevos empleos del verano », Cinco Días, 26 octobre 2017.

[2] Notons néanmoins que les pensions de retraite vont poser de graves problèmes à l’Espagne dans les années à venir (voir, par exemple, Moral Bello, Cecilio, « ¿De dónde viene la crisis de las pensiones? », Cinco Días, 2 mars 2018).

[3] Voir Torreblanca, José I., « Jóvenes contra mayores », El País, 7 décembre 2017.

[4] Voir collectif Politikon, El muro invisible – Las dificultades de ser joven en España, Madrid : Debate, 2017.

[5] Voir Maqueda, Antonio, « La desigualdad se enquista más en España que tras las crisis anteriores », El País, 16 mai 2018.

[6] Id.

[7] Voir Gómez, Manuel V. et Maqueda, Antonio, « Bruselas sitúa a España a la cabeza de la desigualdad por renta en la UE », El País, 24 novembre 2017.

[8] Voir Maqueda, Antonio, « La desigualdad se enquista más en España que tras las crisis anteriores », op. cit.

[9] C’est-à-dire à l’émergence globale d’emplois aux revenus précaires, sans assurance face à la maladie ou aux décisions de l’entreprise, ne permettant d’accéder ni au crédit ni au logement et sans réelle formation (voir notamment Roldán Monés, Toni, op. cit.)

[10] Id.

[11] Voir Rodríguez, José Carlos, « España no es líder en desigualdad », El Imparcial, 25 janvier 2016.

[12] Voir « El «contrainforme Oxfam»: «La desigualdad en España es menor de lo que se dice », El Confidencial, 25 janvier 2016.

[13] Il s’établit à 858,60 euros par mois en 2018 (voir le tableau de Datos Macro : https://www.datosmacro.com/smi/espana).

[14] Voir Guijarro Díaz, Raquel, « Mujer, joven que trabaja en el comercio o la hostelería, perfil del empleado que cobra el SMI », Cinco Días, 21 décembre 2017.

[15] Voir « La recuperación económica en España premia 4 veces más a los ricos que a los pobres », ABC, 22 janvier 2018.

[16] Voir Gómez, Manuel V., « Más empleo pero más precario en 2017 », El País, 25 décembre 2017.

[17] Id.

[18] Id. Voir aussi La precariedad laboral domina todo, op. cit.

[19] Voir « El empleo público se dispara en el último año pero aumenta su temporalidad », El Economista, 1er mai 2018.

[20] Voir Galán, Javier, « Los males crónicos que propician la economía sumergida en España », El País, 23 février 2018.

[21] Voir Llaneras, Kiko, « El apoyo a la independencia tiene raíces económicas y de origen social », El País, 28 septembre 2017.

[22] Voir, par exemple, Tahiri, Javier, « El País vasco debería pagar 5.311 millones más al Estado por el cupo », ABC, 21 avril 2018 ; Monasterio Escudero, Carlos, « El sistema foral: ¿derecho histórico o privilegio? » in Revista de libros, Madrid : Fondation des Amis de la Revista de Libros, 22 novembre 2017 et Sosa Wagner, Francisco et Fuertes, Mercedes, « Privilegios históricos: al desván », El Mundo, 19 décembre 2017.

[23] Voir « La brecha que separa Norte y Sur », ABC, 13 novembre 2017.

[24] Voir Jiménez, Francisco S., « El paro y el envejecimiento parten en tres a España: Madrid y el Noreste se salvan de la epidemia estructural », El Economista, 2 février 2018.

[25] Voir, par exemple, Munera, Isabel, « Madrid lidera el ránking de CCAA más atractivas para trabajar, Cataluña pasa del tercer al octavo puesto », El Mundo, 5 avril 2018.

[26] Voir les graphiques et tableaux de Datos Macro : https://www.datosmacro.com/paro-epa/espana-comunidades-autonomas/extremadura.

[27] Voir Conde, Raúl, « La «deuda histórica» de Extremadura », El Mundo, 26 novembre 2017 ou encore Aísa, Jorge, « ¿Está España bien conectada con Europa? », site du Réseau Floridablanca, 23 novembre 2017.

[28] Voir « Los privilegios a Cataluña arruinaron a Galicia hace dos siglos: ¿ahora le toca a Extremadura? », Outono, blog Contando estrelas, 18 novembre 2017.

[29] Baron, Nacima et Loyer, Barbara, op. cit., « La Transition : un héritage contesté », page 18. Voir plus globalement tout ce chapitre, pages 17-31.

[30] Voir, à ce sujet, De la Fuente, Ángel et Gundín, María, El sistema de financiación de las comunidades autónomas de régimen común: un análisis crítico y algunas propuestas de reforma, La Corogne : Fondation Caixa Galicia, juin 2008. Voir aussi Vilas, Manuel, « La igualdad », El País, 4 décembre 2017 et Estructura del sistema impositivo español (chapitre « La descentralización fiscal en España »), site du Département d’Économie politique et de Finances publiques de l’Université de Barcelone, mai 2010 : http://diposit.ub.edu/dspace/handle/2445/12662.

[31] Voir le texte de la Constitution espagnole de 1978, notamment l’article 156 et Manual para la preparación de la prueba de conocimientos constitucionales y socioculturales de España, Madrid : Institut Cervantes, 2018, page 36.

[32] Voir González, Miguel, « Los «problemas de cohesión territorial», un reto para la seguridad nacional », El País, 1er décembre 2017.

[33] Buesa, Mikel, op. cit., « Economía territorial de España: ¿un dividendo de la descentralización? », pages 121-122 – C’est nous qui traduisons.

[34] Voir Moreno Rodríguez, Carlos, « ¿Falta autogobierno en el segundo país más descentralizado del mundo? », El Asterisco, 17 décembre 2017. Voir aussi Insua, Pedro, « Las autonomías y el relleno antinacional de un Estado sin atributos », Kosmo-Polis, 19 janvier 2018.

[35] Voir Cobo, Cristóbal, « La crisis estructural del régimen del 78 », Disidentia, 7 février 2018 ; Méndez, Lucía, « Los fallos de un Estado de 17 velocidades », El Mundo, 4 mars 2018.

[36] Voir González Enríquez, Carmen, El apoyo al centralismo sigue aumentando en España, Madrid : Institut royal Elcano, 2018.

[37] Les autorités de la Communauté de Madrid ont mis en place il y a des années un système d’imposition très peu contraignant qui nourrit la jalousie d’autres autonomies, comme l’Andalousie (voir Segovia, Carlos, « La mayoría de las comunidades reclaman a Montoro acabar con la baja tributación de Madrid », Le Monde, 7 décembre 2017).

[38] Voir notamment Piketty, Thomas, « The Catalan syndrom », Le Monde, blog de Thomas Piketty, 14 novembre 2017.

[39] Voir Sérvulo González, Jesús, « Los expertos urgen al Estado a cortar el grifo de liquidez a la comunidades », El País, 3 février 2018 et Viñas, Jaume, « Cataluña y Valencia ganarían con una quita del FLA y Madrid se sentiría agraviada », Cinco Días, 2 février 2018.

[40] Voir Goos, Maarten, Konings, Jozef et Vandeweyer, Marieke, Employment growth in Europe: the roles of innovation, local job multipliers and institutions, Utrecht et Louvain : presses universitaires, 2015.

[41] Voir notamment « ¿En qué comunidad autónoma se cobra más? », ABC, 15 février 2017.

[42] Voir Gómez, Manuel V., « Huesca: la España que se acerca al pleno empleo », El País, 17 février 2018.

[43] Voir Pérez, Roberto, « El mapa del paro en España: las peores y mejores provincias para encontrar trabajo », ABC, 26 octobre 2017.

[44] Voir Baron, Nacima et Loyer, Barbara, op. cit., « L’Andalousie : ou comment sortir du Sud ? », page 131.

[45] Ibid., pages 132-134.

[46] Voir, par exemple, Senserrich, Roger, « La secesión no es una política social », El País, 18 décembre 2017 ; Baquero, Camilo S. et Blanchar, Clara, « El procés relega la agenda social », El País, 13 décembre 2017 ; Marqués, Juan, « ¿Misma sanidad en toda España? El gasto por CCAA difiere un 50% », 3 mai 2018 ; Vera, Miquel, « Cerca de 35.000 niños viven en situación de pobreza en Cataluña y la Generalitat no trabaja para evitarlo », ABC, 12 mars 2018.

[47] Voir « ¿Qué comunidades autónomas crecerán más este 2018? Madrid, Murcia, Aragón, País vasco y Baleares », El Economista, 23 avril 2018.

[48] Voir Caparrós, Alberto, « Madrid supera a Cataluña como principal cliente de las empresas valencianas », ABC, 5 octobre 2017.

[49] Voir Caparrós, Alberto, « Valencia le disputa a Barcelona la «capitalidad» mediterránea », ABC, 27 décembre 2017.

[50] Voir Veloso, Moncho, « Valencia vuelve a ser plaza financiera tras el fiasco de sus cajas », ABC, 25 octobre 2017.

[51] Voir « Madrid y Comunidad valenciana reciben el 57% de las empresas que salen de Cataluña », Libre Mercado, 21 octobre 2017.

[52] Voir Conde, Raúl, « El Gobierno ultima una estrategia para «frenar» la despoblación rural », El Mundo, 27 janvier 2018.

[53] Voir Pérez, Roberto, « El aeropuerto de Teruel se queda pequeño », ABC, 28 juillet 2015.

[54] Voir Montañés, Érika, « Castelserás 2.0: pasen y vean el Silicon Valley de España », ABC, 10 août 2015.

[55] Voir Semprún, África, « Zaragoza amenaza el «liderazgo» en carga aérea de El Prat por Inditex », El Economista, 23 avril 2018.

[56] Voir « Teruel Existe reivindicará ayudas para frenar la despoblación el 6 de mayo en Zaragoza », El Heraldo, 25 avril 2018.

[57] Voir Calleja, Ignacio S., « Las razones de por qué Pozuelo, Las Rozas y Majadahonda son las ciudades más ricas », ABC, 31 août 2015.

[58] Voir Viñas, Jaume, « Por qué Madrid lleva cuatro décadas creciendo más que Cataluña », Cinco Días, 25 octobre 2017.

[59] Voir Santacruz, Javier, « Madrid aporta más que Cataluña al crecimiento del PIB por primera vez durante la recuperación », Libre Mercado, 1er juillet 2017.

[60] Voir « Cataluña ha perdido más actividad industrial que el País vasco y Madrid en los últimos 20 años », ABC, 29 août 2017.

[61] Voir Simón, Alfonso, « Madrid alcanza la cima de la inversión inmobiliaria… y Barcelona entra en stand-by », Cinco Días, 14 octobre 2017.

[62] Voir Bajo Benayas, José Luis, « Madrid recibe casi cinco veces más inversión extranjera que Cataluña », El Economista, 21 mars 2018.

[63] Voir Pérez, Roberto, « La indigesta factura de la deuda catalana: más de 13.000 millones en 10 años », ABC, 18 décembre 2017.

[64] Voir « Las grandes empresas facturan en Madrid más del doble que en Cataluña », ABC, 11 novembre 2014.

[65] Voir « Madrid ya es más atractiva que Nueva York y Berlín para los trabajadores más cualificados », Libre Mercado, 31 janvier 2018.

[66] Voir Echegaray, Javier G., « La evolución de la economía madrileña y la catalana en diez gráficos », Libre Mercado, 3 décembre 2017.

[67] Voir Jiménez, Borja, « Madrid recoge más de 25.000 millones de facturación de las empresas fugadas de Cataluña », OK Diario, 1er avril 2018. Voir aussi De Miguel, Bernardo, « Un estudio revela que Cataluña pierde el liderazgo de PIB en España por la fuga de empresas », Cinco Días, 11 octobre 2017.

[68] Voir Alonso, Cristina, « Madrid da el sorpasso a Cataluña y se consolida como impulsora del PIB », El Economista, 23 décembre 2017.

[69] Voir Cuesta, Carlos, « Hacienda desvela ante el juez la gran farsa catalana: el 80% de sus fondos son del sistema nacional », OK Diario, 8 février 2018.

[70] Voir Segovia, Carlos et Viaña, Daniel, « El artículo 155 mitigó el desplome de la economía catalana », El Mundo, 28 décembre 2017.

[71] Voir « La ruina del nacionalismo catalán en diez datos », Libre Mercado, 24 septembre 2017.

[72] Voir García Domínguez, José, « Barcelona, ciudad de pobres », Libertad Digital, 15 janvier 2017.

[73] Voir Campos, Cristian, « La Barcelona que le espera a Valls: radiografía de una ciudad en caída libre », El Español, 8 mai 2018.

[74] Voir Soriano, Domingo, « De la gran Cataluña a la pequeña no-Tabarnia: las cifras de la peor pesadilla del nacionalismo catalán », Libre Mercado, 6 janvier 2018.

[75] Division administrative du territoire espagnol immédiatement inférieure à la province.

[76] Voir « Las 10 comarcas más nacionalistas reciben el 21% de las subvenciones y sólo aportan el 4% del PIB », site de Dolça Catalunya, 27 décembre 2017.

[77] Voir Sanz Berzal, Bernardino (dir.), Estructura económica de la ciudad de Madrid, Madrid : services de la municipalité, 2012.

[78] Voir Baron, Nacima et Loyer, Barbara, op. cit., « Barcelone, un modèle métropolitain en déclin ? », pages 108-111.

[79] Voir Desazars de Montgailhard, Sylvia, op. cit., « Madrid, métropole internationale », pages 58-64.

[80] Voir Baron, Nacima et Loyer, Barbara, op. cit., « Madrid capitale : centralité contestée, projet métropolitain raté ? », pages 89-92.

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Vers où va-t-on ? La pensée magique comme Realpolitik

Vers où va-t-on ?

La pensée magique comme Realpolitik

Posted: 30 Aug 2018 11:12 AM PDT
Article original de Dmitry Orlov, publié le 23 août 2018 sur le site Club Orlov
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

On ne peut nier que beaucoup de ce qui fait de nous des humains est notre irrationalité. Retirez-la et nous devenons des sacs de produits chimiques régis par des impulsions électriques et des hormones. Une partie de notre irrationalité est simplement aléatoire ou carrément stupide, mais une grande partie est organisée autour de schémas spécifiques de pensée magique qui défie la réalité.

Nous avons appris, au fil du temps, à maîtriser notre propension à la pensée magique dans certains domaines, mais nous ne pourrons jamais l’éliminer complètement. Même dans des domaines technologiques tels que l’énergie nucléaire, nous pensons comme par magie qu’il est possible de concevoir un ensemble de procédures d’opération telles que rien de sérieux ne se produira jamais, le tout donnant des catastrophes tels que Tchernobyl et Fukushima.

Dans de tels domaines basés sur la science, la magie dans notre pensée provient en grande partie de l’erreur de penser que ce qui peut être capturé sur le papier ne peut jamais servir de représentation complète et précise de la réalité physique en dehors de conditions soigneusement contrôlées. Dans de telles conditions, nous pouvons contrôler le caractère aléatoire en utilisant la loi des grands nombres, nous donnant des circuits de transistors dans lesquels des distributions aléatoires d’électrons créées par tunnel quantique nous permettent de construire des dispositifs informatiques parfaitement déterministes produisant des résultats uniformes pour le même ensemble d’entrées, à chaque fois. Cette capacité parfaitement rationnelle nous permet de constituer une économie totalement numérique.

Mais notre foi dans la durabilité de l’économie numérique est irrationnelle. Elle est brutalement stoppée dès qu’il y a une coupure de courant, et notre foi dans sa capacité à persister repose sur la pensée magique que le réseau électrique restera en place pour toujours. Ce faisant, nous négligeons d’apprécier le faible contrôle sur le domaine physique. Des tremblements de terre, des tsunamis, des pandémies, une éjection de masse coronale bien ciblée, une seule arme nucléaire nord-coréenne dans la stratosphère au-dessus de l’Amérique du Nord, quelques missiles autour du détroit d’Hormuz ou d’autres événements prévisibles ou imprévisibles pourrait faire en sorte que l’argent numérique, les cyber-devises et le reste de l’économie numérique disparaissent dans une grande partie du monde.

Les questions de foi sont proprement reléguées dans le domaine de la religion, et la religion repose sur l’hypothèse que ce qui est capturé sur le papier ou dans un rituel est largement exempt de contraintes rationnelles, ouvrant un vaste champ de magie habité par des personnes qui peuvent « voir » le futur (prophètes), des vierges qui donnent la vie, des gens qui ressuscitent et montent au ciel, ainsi que des tas de guérisons miraculeuses, d’apparences fantomatiques, d’icônes qui pleurent des huiles odorantes, des hommes saints qui vivent seuls sur des tapis de prière et tout ce que vous voudrez d’autre. Comparée aux produits magiques du domaine scientifique, la religion est beaucoup plus durable, puisque le seul équipement nécessaire à son fonctionnement continu est un peu de matière grise entre les oreilles de ses croyants.

Les religions organisées utilisent des techniques éprouvées pour contrôler quelles sortes de pensées magiques sont requises, lesquelles sont autorisées et lesquelles sont considérées comme hérétiques. Un petit conte très mignon appelé « Credo » en latin commence par « Je crois en Dieu, le père tout-puissant … » et inclut des références à la résurrection de Jésus, à sa naissance d’une vierge nommée Marie, etc. Si vous essayez d’appliquer la méthode scientifique à ce conte, vous allez vite rencontrer quelques difficultés.

Supposons que vous vouliez prouver que la résurrection des morts après la crucifixion est physiquement possible, bien que rare. Vous auriez besoin d’un très grand échantillon de Jésus pour les crucifier, les enterrer et attendre trois jours pour voir s’ils surgissent d’entre les morts. Il est peu probable que vous trouviez suffisamment de volontaires pour produire un résultat statistiquement significatif, et aucun comité d’éthique médicale n’approuvera jamais votre expérience. En ce qui concerne la résurrection des morts, en tant que scientifique, vous ne pourrez jamais aller au-delà de la formulation de l’hypothèse plutôt inintéressante selon laquelle cela est tout à fait improbable. Mais la naissance d’une mère vierge est une question entière. Avec un échantillon de sperme et une seringue, une femme en pleine ovulation peut être mise enceinte sans endommager l’hymen. Un miracle!

En matière de foi, la politique se situe quelque part entre la science et la religion. D’une part, le droit divin traditionnel des rois est d’origine religieuse ; d’autre part, ce droit divin est plutôt inutile lorsqu’il s’agit de combattre les armées d’autres rois sur le champ de bataille, mais la science militaire rationnelle l’est certainement. Dans les temps modernes, il faut souvent croire que les démocraties représentatives majoritaires poursuivent les causes de l’égalitarisme, de la justice ou de tout autre idéal qu’elles prétendent embrasser.
Les systèmes politiques (autres que théocratiques, comme en Iran) manquent de l’élément mystique de la religion et ne peuvent donc pas forcer tout le monde à croire en les menaçant d’excommunication (qui est automatiquement réinterprétée comme une oppression politique). Il y a aussi l’élément du conditionnement opérant : si un certain comportement (voter) ne parvient pas à produire la réponse souhaitée (respect des promesses de campagne), le stimulus (campagne politique) ne parvient finalement pas à produire la réponse souhaitée (se présenter pour voter) .

Les États-Unis ont particulièrement progressé dans cette voie. Des votes, des promesses de campagne, des plates-formes de parti, rien que pour les apparences. Les véritables batailles politiques se déroulent dans les coulisses avec de gigantesques sacs d’argent, tandis que les avocats tentent de s’écharper pour offrir un spectacle divertissant. Au moment où j’écris ces lignes, les résultats de l’élection présidentielle précédente semblent dépendre de la question extrêmement importante de savoir quels fonds peuvent légitimement être utilisés par un candidat à la présidentielle pour payer des prostituées. Les fonds de la campagne politique seraient convenables à cette fin, tandis que l’utilisation de fonds privés provenant de son entreprise constituerait une infraction imprescriptible. Si vous vous demandez quelle est cette odeur, ce n’est que le refoulement de la « démocratie » américaine. Veuillez mettre vos masques à gaz.

Bien qu’il soit difficile d’obtenir une confiance aveugle dans le domaine politique pour les citoyens dans leur ensemble, il est toujours possible de forcer les membres des partis politiques et des factions à accepter diverses formes de pensée magique de peur d’être ostracisés. Ici, la principale technique consiste à forcer les gens à accepter un contre-fait comme étant la vérité. Les humains sont câblés pour la coopération, et l’instinct de coopération suscite souvent le conformisme, la mimique et l’hypocrisie. Il a été démontré expérimentalement que si vous mettez un certain nombre de comparses dans une pièce, montrez au sujet expérimental une image d’un carré et prétendez qu’il s’agit d’un cercle, et si tous les compagnons concordent à dire que c’est un cercle au lieu de la bonne réponse, qui est : « Idiots! Je pars tout de suite et n’essayez jamais de me reparler! ».

Christine Hallquist, le candidat transgenre du parti démocrate au poste de gouverneur de l’État du Vermont, est un exemple contemporain de carré appelé cercle. Basé sur le « test du canard », il s’agit clairement d’un personnage (qui ressemble, marche et parle comme un autre). S’il (ou elle) défilait, un petit garçon, assis sur les épaules de son père, indiquerait sans aucun doute : « Hé, papa, c’est un homme habillé en femme ! ». Là, ce père du Vermont devrait dire « Chut !!! Ne dis pas ça! Si elle dit qu’elle est une femme, alors nous devons dire qu’elle est une femme ! ». Dans une grande partie du pays, un autre père pourrait dire: « Ouais. Fils, c’est ce que nous appelons un pervers. » Et si vous essayiez de le reprendre, il vous traiterait probablement aussi de « pervers », et peut-être même, il vous tirerait dessus.

Mais les deux pères se seraient trompés : cette « perversion » en particulier semble être de nature politique plutôt que sexuelle, et le changement de genre est probablement ce qui l’a aidé à participer au scrutin. Cet homme de 62 ans a changé de sexe il y a trois ans après avoir vécu toute sa vie en tant qu’homme marié avec enfants, malgré son chromosome Y et ses caractéristiques sexuelles primaires et secondaires. (Je laisse ses tendances sexuelles de « pervers » de côté.) Habitants du Vermont, votez « carré » ! Euh, je voulais dire « cercle »… désolé …

Une fois que vous avez une grande partie de l’électorat, avec ses représentants élus et les médias nationaux, conditionnés à accepter qu’un carré puisse être un cercle (et, bien sûr, vice versa!) simplement en vous identifiant en tant que tel, une péniche entière de « Credo » politique peut se rendre à quai et décharger ses marchandises magiques. « Je crois » que la Russie a annexé de force la Crimée, que Trump a été élu grâce à l’ingérence russe, que des pirates russes ont volé des courriels du serveur DNC, que les forces russes ont abattu un avion de ligne Malaisien, que les Iraniens ont développé des armes nucléaires, que les Syriens ont utilisé des armes chimiques contre leur propre peuple, que les Russes ont utilisé des armes chimiques sophistiquées pour tuer (sans succès) un ancien espion britannique et sa fille … sachant qu’aucun cas n’a été étayé par des preuves valables, encore moins prouvé devant un tribunal.

Ne pas croire l’un de ces contre-faits entraîne un ostracisme politique : vous ne serez pas financé, diffusé ou publié, et vous perdrez votre emploi. C’est, bien sûr, triste, mais qu’est-ce que cela signifie pour le reste du monde ? Le reste du monde est consterné et pense : « Les Étasuniens ont littéralement perdu leurs testicules. La moitié d’entre eux veulent maintenant être gouvernés par des fées barbues ; les autres les appellent des ‘pervers’ tout en nettoyant leurs armes de manière compulsive. » Mais le problème est lié à la manière dont cette lacune nationale s’exprime au niveau international. Ce qui dans les temps religieux a abouti à des procès en sorcellerie, l’Inquisition et les excommunications, et ce qui dans la politique intérieure contemporaine aboutit à l’ostracisme et à la persécution, donne lieu, en politique internationale, à des sanctions (en plus de postures militaires inutiles).

Maintenant, les sanctions basées sur des contre-faits sont intéressantes en ce sens qu’elles sont permanentes. Supposons que le pays X ait fait une mauvaise chose (disons, envahi un pays voisin, ou essayé de développer une arme nucléaire ou chimique) et que les États-Unis appliquent des sanctions. Le pays X pourrait alors se retirer de ce pays voisin ou renoncer à son programme d’armement et demander la levée des sanctions. Mais supposons que le pays X soit plutôt sanctionné pour avoir conspiré avec des lézards spatiaux afin de falsifier les résultats du concours Miss America 2016 ? Supposons en outre que les termes des sanctions soient tels que le pays X doit admettre sa culpabilité, capturer les lézards spatiaux et les soumettre à des inspections internationales. Qu’est-ce que le pays X peut faire maintenant ?

Le choix est clair : supposer les sanctions permanentes et travailler dur pour en minimiser les effets. En particulier, s’efforcer de faire en sorte que le pays X ne dépende pas des États-Unis, pour rien d’important, développer une dissuasion militaire suffisamment puissante pour que les États-Unis ne tentent jamais de provocations majeures, développer des relations commerciales et des alliances avec d’autres pays. qui en ont également eu assez des États-Unis et de leurs sanctions, et puis s’asseoir et regarder les États-Unis se faire rôtir dans un fossé enflammé de sa propre création.

Il est parfois possible pour les pays de fonder leur politique étrangère sur des notions idéologiques ou sur des prémisses morales et éthiques. Cela ne peut jamais être fait unilatéralement, mais seulement en formant un consensus international. Pour ce faire, un pays doit être diplomatiquement fort, respecté et capable de conciliation. Une politique étrangère consistant à imposer des sanctions fondées sur des accusations non prouvées et fallacieuses détruit le respect et contrecarre toutes les tentatives de diplomatie fondée sur des principes. Il ne reste plus que la Realpolitik : la diplomatie basée sur des considérations pratiques de circonstances et de facteurs donnés dans le but d’atténuer les risques, de minimiser les pertes et d’obtenir des avantages.
Mais ce que nous voyons actuellement aux États-Unis, c’est que la Realpolitik a pris les devants : les relations internationales, dont l’abandon se traduit par de grands dangers comme un effondrement financier et jusqu’à l’anéantissement nucléaire, sont devenues des questions de politique intérieure visant à forcer tout le monde à admettre que les carrés peuvent être des cercles et vice versa, avec des résultats monstrueux.

Comme le disait Gilles Deleuze: « Ce n’est pas le sommeil de la raison qui engendre les monstres, mais la rationalité vigilante et insomniaque ». Aux États-Unis, il est devenu « rationnel » qu’un certain groupe d’agents politiques détruisent définitivement les relations internationales pour tenter d’obtenir un avantage incertain et éphémère en politique intérieure. Ils ont une élection à mi-mandat à remporter, un président à renverser pour avoir soudoyé des prostituées et une planète entière à perdre. Maintenant, quelle sorte de pensée magique pourrait faire que ce genre de compromis semble « rationnel » ?

Les cinq stades de l’effondrement

Dmitry Orlov

Le livre de Dmitry Orlov est l’un des ouvrages fondateur de cette nouvelle « discipline » que l’on nomme aujourd’hui : « collapsologie » c’est à-dire l’étude de l’effondrement des sociétés ou des civilisations.

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The Economic Collapse : Economic Doom Returns: Emerging Market Currencies Collapse To Record Lows As Global Financial Chaos Accelerates

The Economic Collapse
Economic Doom Returns: Emerging Market Currencies Collapse To Record Lows As Global Financial Chaos Accelerates

Economic Doom Returns: Emerging Market Currencies Collapse To Record Lows As Global Financial Chaos Accelerates

Posted: 30 Aug 2018 08:54 PM PDT

After a little bit of a lull, the international currency crisis is back with a vengeance. Currencies are collapsing in Argentina, Brazil, India, Turkey and other emerging markets, and central banks are springing into action. It is being hoped that the financial chaos can be confined to emerging markets so that it will not spread to the United States and Europe. But of course the global financial system is more interconnected today than ever before, and a massive wave of debt defaults in emerging markets would inevitably have extremely serious consequences all over the planet. It would be difficult to overstate the potential danger that this new crisis poses for all of us. Emerging market economies went on an unprecedented debt binge over the past decade, and a high percentage of those debts were denominated in U.S. dollars. As emerging market currencies collapse, it is going to become nearly impossible to service any debts denominated in U.S. dollars, and that could ultimately mean absolutely enormous losses for international lenders. Our system tends to do fairly well as long as everybody is paying their debts, but once the dominoes begin to tumble things can get messy really quickly.

Let’s start our roundup today with India. While India is currently not in as bad shape as some of the other emerging markets, the truth is that they could get there pretty rapidly if they keep going down this path.

On Thursday, concerns about rising oil prices drove the Indian rupee to a brand new all-time record low…

The Indian rupee fell to a record low on Thursday morning, following a declining trend all year — which economists attributed to rising oil prices, broader emerging market concerns, and strong month-end dollar demand.

It slid to 70.8100 against the dollar, after a previous new low just a day before at 70.475. That marked a 10.97 percent decline since the start of the year.

But at least India is doing much better than Argentina.

The Argentine peso collapsed to another all-time record low on Thursday, and at this point it has fallen more than 45 percent against the U.S. dollar so far this year…

The Argentine peso crashed to record lows on the news. It saw steep losses in the previous session and collapsed another 15 percent to hit 39 pesos against the U.S. dollar on Thursday morning.

The peso is down more than 45 percent against the greenback this year, exacerbating pre-existing fears over the country’s weakening economy while inflation is running at 25.4 percent this year.

As Wolf Richter has noted, the Argentine peso was worth one U.S. dollar in 2002.

Today, it is worth 2.4 cents.

That is what a collapse looks like.

In an desperate attempt to stop the bleeding, the Argentine central bank raised interest rates to 60 percent…

On Thursday, the central bank said it was increasing the amount of reserves that banks have to hold, in a bid to tighten fiscal policy and shore up the currency. It hiked rates by 15 percentage points to 60 percent from 45 percent and promised not to lower them at least until December.

Yes, I know that looks like a misprint, but it is not.

Interest rates in Argentina have not been raised to 6 percent. They have been raised to 60 percent.

Could you imagine what 60 percent interest rates would do to the U.S. economy?

Well, we will get there someday if we don’t change our ways, because we are going down the exact same path that Argentina has gone.

Things continue to get even worse in Turkey as well…

The risks are fast multiplying in Turkey’s beleaguered economy. In a clear sign of deterioration, Turkey’s economic confidence index plunged 9% month-on-month to 83.9 points in August, its lowest since March 2009. The country’s currency, the Lira, resumed its downward spiral. And Moody’s downgraded 20 financial institutions in Turkey.

The financial nightmare in Turkey is the gift that just keeps on giving. Their entire system is in the process of imploding, and President Erdogan seems to be in a persistent state of panic these days.

Also on Thursday, the Brazilian central bank directly intervened in the market to keep their currency from plunging to another new all-time record low…

The bloodbath in Argentina and Turkey is evident in Brazil also where Bloomberg reports that the central bank just intervened for the first time since June 22.

BCB reportedly intervened at 4.20 “to provide liquidity” adding that intervention intensity and frequency will depend on the market. The BCB also attempted to provide some confidence by reaffirming that monetary policy is not directly linked to recent market shocks.

A global financial crisis has begun, but because it has not really affected the United States too much yet, the mainstream media and most Americans aren’t really paying any attention.

But if the markets start crashing here too, then it will suddenly be all over the news.

Most people are aware that most of the biggest stock market crashes in U.S. history have happened in the fall, and the calendar is about to turn to the month of September.

We have definitely entered a “danger zone”, and more shocks seem to hit the global economy with each passing day. For example, we just learned that President Trump apparently intends to follow through on his threat to hit the Chinese with another 200 billion dollars in tariffs…

Bloomberg reported Thursday that Trump had told aides that he wants to follow through on a threat to impose tariffs on another $200 billion worth of Chinese goods as early as next week. That would mean more than half of all Chinese imports would be subject to tariffs.

The tariffs could go into effect after the public-comment period ends on September 6.

Of course the Chinese will retaliate, and that will mean more disruption for the global economic system.

Many people believe that the U.S. economy is much stronger than it was in 2008, and that we will be able to easily weather any shocks that come along.

Unfortunately, that is not true at all.

The truth is that all of our long-term problems are much worse than they were in 2008, and the stage is definitely set for an economic disaster of unprecedented proportions.

This article originally appeared on The Economic Collapse Blog. About the author: Michael Snyder is a nationally syndicated writer, media personality and political activist. He is publisher of The Most Important News and the author of four books including The Beginning Of The End and Living A Life That Really Matters.

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Vers où va-t-on ? Les banques ne sont pas des intermédiaires de fonds prêtables et pourquoi cela compte

Vers où va-t-on ?

Les banques ne sont pas des intermédiaires de fonds prêtables et pourquoi cela compte

Posted: 31 Aug 2018 11:29 AM PDT
Article original de Zoltan Jakab et Michael Kumhof, publié en mai 2015 sur le site Bank of England
Traduit par le blog http://versouvaton.blogspot.fr

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Depuis la Grande Récession, les banques sont de plus en plus intégrées dans les modèles macroéconomiques. Cependant, cette intégration est confrontée à de nombreux problèmes non résolus. Cet article montre que nombre d’entre eux sont imputables à l’utilisation du modèle d’intermédiation des fonds prêtables (IFP). Dans le modèle IFP, les prêts bancaires représentent l’intermédiation de l’épargne réelle, ou des fonds prêtables, entre des épargnants non bancaires et des emprunteurs non bancaires. Mais dans la réalité, la fonction clé des banques est la fourniture de financement, ou la création d’un nouveau pouvoir d’achat monétaire au moyen de prêts, pour un seul agent, à la fois emprunteur et déposant. La banque crée donc son propre financement, les dépôts, en acte de prêt, dans une transaction sans aucune intermédiation. Les tiers sont uniquement impliqués dans le fait que l’emprunteur/déposant doit être sûr que d’autres accepteront son nouveau dépôt en paiement de biens, de services ou d’actifs. Cela n’est jamais remis en cause, car les dépôts bancaires sont le moyen d’échange dominant de toute économie moderne.

En outre, si le prêt est destiné à des investissements physiques, ce nouvel emprunt

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