Settimo Cielo di Sandro Magister:Sulla medicina per i peccatori, le opposte ricette di Ratzinger e Bergoglio

 

Settimo Cielo di Sandro Magister
03 feb
Sulla medicina per i peccatori, le opposte ricette di Ratzinger e Bergoglio

 

 

Viste le istruzioni dei vescovi della regione di Buenos Aires – approvate per iscritto da papa Francesco –, dei vescovi di Malta, di altri vescovi ancora e da ultimo della conferenza episcopale della Germania, è ormai evidente che l’argomento principe sul quale i novatori fanno leva per giustificare la comunione ai divorziati risposati è quello adombrato in questa frase suggestiva di « Amoris laetitia », a sua volta ripresa da « Evangelii gaudium », il documento programmatico dell’attuale pontificato:

« L’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli ».

È un’asserzione, questa, che è frequentemente associata – anche nella predicazione di Jorge Mario Bergoglio – ai pasti che Gesù consumava con i peccatori.

Ma è anche un’asserzione che è stata messa a nudo e criticata a fondo da Benedetto XVI.

Basta porre a confronto i testi dell’uno e dell’altro papa per verificare quanto siano tra loro in contrasto.

*

In papa Francesco l’associazione tra l’Eucaristia e i pasti di Gesù con i peccatori è postulata in forma allusiva e con lo studiato ausilio di note a piè di pagina:

In « Amoris laetitia » il passaggio chiave è nel paragrafo 305:

« A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa ».

Al quale è agganciata la nota 351:

« In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, ‘ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore’ (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia ‘non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli’ (ibid., 47: 1039) ».

Se poi si risale a « Evangelii gaudium », ecco che cosa si legge nel paragrafo 47:

« Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. […] L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli ».

Anche qui con un rimando a una nota, la 51:

« Cfr Sant’Ambrogio, De Sacramentis, IV, vi, 28: PL 16, 464: ‘Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre un rimedio’; ibid., IV, v, 24: PL 16, 463: ‘Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati’; San Cirillo di Alessandria, In Joh. Evang. IV, 2: PG 73, 584-585: ‘Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere – chi conosce i suoi delitti?, dice il salmo – voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità?' ».

*

In Joseph Ratzinger teologo e papa, invece, ci troviamo in presenza di un’argomentazione serrata, mirata a provare l’insostenibilità dell’associazione tra l’Eucaristia e i pasti di Gesù con i peccatori, con le conseguenze che ne derivano.

Ecco come egli sviluppa tale argomentazione nelle pagine 422-424 del volume XI dei suoi Opera Omnia, « Teologia della Liturgia », pubblicato nel 2008 a cura dell’attuale prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Gerhard L. Müller:

« La tesi secondo cui l’Eucaristia apostolica si ricollega alla quotidiana comunità conviviale di Gesù con i suoi discepoli […] viene in ampi circoli radicalizzata nel senso che […] si fa derivare l’Eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori.

« In tali posizioni si fa coincidere l’Eucaristia secondo l’intenzione di Gesù con una dottrina della giustificazione rigidamente luterana, come dottrina della grazia concessa al peccatore. Se infine i pasti con i peccatori vengono ammessi come unico elemento sicuro della tradizione del Gesù storico, si ha per risultato una riduzione dell’intera cristologia e teologia su questo punto.

« Ma da ciò segue poi un’idea dell’Eucaristia che non ha più nulla in comune con la tradizione della Chiesa primitiva. Mentre Paolo definisce l’accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato come un mangiare e bere « la propria condanna » (cf. 1 Cor 11, 29) e protegge l’Eucaristia dall’abuso mediante l’anatema (cf. 1 Cor 16, 22), appare qui addirittura come essenza dell’Eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare. Essa viene interpretata come il segno della grazia incondizionata di Dio, che come tale viene offerta immediatamente anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti, una posizione che, comunque, ha ormai ben poco in comune anche con la concezione che Lutero aveva dell’Eucaristia.

« Il contrasto con l’intera tradizione eucaristica neotestamentaria in cui cade la tesi radicalizzata ne confuta il punto di partenza: l’Eucaristia cristiana non è stata compresa partendo dai pasti che Gesù ebbe con i peccatori. […] Un indizio contro la derivazione dell’Eucaristia dai pasti con i peccatori è il suo carattere chiuso, che in questo segue il rituale pasquale: come la cena pasquale viene celebrata nella comunità domestica rigorosamente circoscritta, così esistevano anche per l’Eucaristia fin dall’inizio condizioni d’accesso ben stabilite; essa veniva celebrata fin dall’inizio, per così dire, nella comunità domestica di Gesù Cristo, e in questo modo ha costruito la ‘Chiesa' ».

*

È evidente che da questa argomentazione di Ratzinger deriva il divieto della comunione ai divorziati risposati, e non solo ad essi: divieto che ha trovato chiara espressione nel suo magistero da papa, come già nel magistero dei suoi predecessori.

Così come non sorprende che dalle asserzioni allusive di papa Francesco derivino interpretazioni favorevoli alla comunione ai divorziati risposati: interpretazioni da lui stesso non solo consentite, ma esplicitamente approvate.

Il contrasto c’è. E a giudicare dagli argomenti di Ratzinger non è solo pratico, « pastorale », ma tocca i pilastri della fede cristiana.
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03 febbraio 2017
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03 feb
On the Medicine for Sinners, the Conflicting Prescriptions of Ratzinger and Bergoglio

duepapi

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*

Given the instructions of the bishops of the region of Buenos Aires – approved in writing by Pope Francis – of the bishops of Malta, of still other bishops and most recently by the episcopal conference of Germany, it is evident by now that the main argument that the innovators are enlisting to justify communion for the divorced and remarried is the one that is hinted at in this evocative phrase from “Amoris Laetitia,” borrowed in turn from “Evangelii Gaudium,” the agenda-setting document of the current pontificate:

« The Eucharist is not a prize for the perfect, but a powerful medicine and nourishment for the weak. »

This is a statement that is frequently associated – including in the preaching of Jorge Mario Bergoglio – with the meals that Jesus consumed with sinners.

But it is also a statement that has been laid bare and criticized at its core by Benedict XVI.

It is enough to compare the texts of one and the other pope in order to verify how much they are in conflict with each other.

*

In Pope Francis, the association between the Eucharist and Jesus’ meals with sinners is postulated in allusive form and with the calculated use of assistance from footnotes.

In “Amoris Laetitia,” the key passage is in paragraph 305:

« Because of forms of conditioning and mitigating factors, it is possible that in an objective situation of sin – which may not be subjectively culpable, or fully such – a person can be living in God’s grace, can love and can also grow in the life of grace and charity, while receiving the Church’s help to this end. »

To which is attached footnote 351:

« In certain cases, this can include the help of the sacraments. Hence, ‘I want to remind priests that the confessional must not be a torture chamber, but rather an encounter with the Lord’s mercy’ (Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium [24 November 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). I would also point out that the Eucharist ‘is not a prize for the perfect, but a powerful medicine and nourishment for the weak’ ( ibid., 47: 1039). »

If one then goes back to “Evangelii Gaudium,” here is what it states in paragraph 47:

« Everyone can share in some way in the life of the Church; everyone can be part of the community, nor should the doors of the sacraments be closed for simply any reason. […] The Eucharist, although it is the fullness of sacramental life, is not a prize for the perfect but a powerful medicine and nourishment for the weak. »

Here as well with a reference to a footnote, number 51:

« Cf. Saint Ambrose, De Sacramentis, IV, 6, 28: PL 16, 464: ‘I must receive it always, so that it may always forgive my sins. If I sin continually, I must always have a remedy’; ID., op. cit., IV, 5, 24: PL 16, 463: ‘Those who ate manna died; those who eat this body will obtain the forgiveness of their sins’; Saint Cyril of Alexandria, In Joh. Evang., IV, 2: PG 73, 584-585: ‘I examined myself and I found myself unworthy. To those who speak thus I say: when will you be worthy? When at last you present yourself before Christ? And if your sins prevent you from drawing nigh, and you never cease to fall – for, as the Psalm says: what man knows his faults? – will you remain without partaking of the sanctification that gives life for eternity?' »

*

In Joseph Ratzinger as theologian and pope, instead, we find ourselves in the presence of a straightforward argumentation, aimed at proving the untenability of the association between the Eucharist and Jesus’ meals with sinners, with the results that follow from this.

Here is how he develops this argumentation on pages 422-424 of volume XI of his Opera Omnia, “Theology of the Liturgy,” published in 2008 and edited by the current prefect of the congregation for the doctrine of the faith, Cardinal Gerhard L. Müller:

“The idea according to which the apostolic Eucharist is connected to the convivial everyday community of Jesus with his disciples [. . . ] is widely radicalized in the sense that [. . .] the Eucharist is made out to originate more or less exclusively in the meals that Jesus consumed with sinners.

“In such positions, Jesus’ intention for the Eucharist is made to coincide with a rigidly Lutheran doctrine of justification, as the doctrine of grace granted to the sinner. If in the end meals with sinners are admitted as the only sure element of the tradition of the historical Jesus, the result is a reduction of all Christology and theology to this point.

“But what follows from that is an idea of the Eucharist that no longer has anything in common with the tradition of the primitive Church. While Paul refers to receiving the Eucharist in a state of sin as eating and drinking ‘one’s own condemnation’ (cf. 1 Cor 11:29) and protects the Eucharist from abuse with an anathema (cf. 1 Cor 16:22), here it even appears as the essence of the Eucharist that it should be offered to all without any distinction or preliminary condition. It is interpreted as the sign of the unconditional grace of God, which as such is immediately offered even to sinners, and in fact even to nonbelievers, a position that in any case has very little in common even with the conception that Luther had of the Eucharist.

“The conflict with the entire New Testament tradition of the Eucharist into which the radicalized idea falls refutes its point of departure: the Christian Eucharist was not understood on the basis of the meals that Jesus had with sinners. [. . .] One piece of evidence against the derivation of the Eucharist from the meals with sinners is its closed character, which in this follows the Passover ritual: just as the Passover supper was celebrated in the rigorously circumscribed domestic community, so also there existed for the Eucharist, from the very beginning, conditions of access that were well established; it was celebrated right from the beginning in the domestic community of Jesus Christ, so to speak, and in this way it built up the ‘Church’“

*

It is evident that Ratzinger’s argumentation supports the ban on communion for the divorced and remarried, and not only for them: a ban that found clear expression in his magisterium as pope, as before in the magisterium of his predecessors.

As it is also not surprising that the allusive statements of Pope Francis support interpretations in favor of communion for the divorced and remarried: interpretations that he himself has not only permitted, but explicitly approved.

The conflict is there. And to judge from Ratzinger’s arguments it is not only practical, “pastoral,” but touches on the pillars of the Christian faith.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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03 febbraio 2017
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03 feb
Sobre la medicina para los pecadores, las recetas opuestas de Ratzinger y Bergoglio

duepapi

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Vistas las instrucciones de los obispos de la región de Buenos Aires – aprobadas por escrito por el papa Francisco –, de los obispos de Malta, de otros obispos también y por última de la Conferencia Episcopal de Alemania, ahora es evidente que el argumento principal sobre el cual los innovadores se palanquean para justificar la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar es el esbozado en esta frase sugestiva de « Amoris laetitia », a su vez retomada por « Evangelii gaudium », el documento programático del actual pontificado:

« La Eucaristía no es un premio para los perfectos sino un generoso remedio y un alimento para los débiles ».

Ésta es una afirmación que está frecuentemente asociada – también en la predicación de Jorge Mario Bergoglio – a las comidas que Jesús compartía con los pecadores.

Pero es también una afirmación que ha sido sacada a la luz y criticada a fondo por Benedicto XVI.

Basta confrontar los textos de uno y de otro Papa para verificar cuanto contraste hay entre ellos.

*

En el papa Francisco, la asociación entre la Eucaristía y las comidas con los pecadores es postulada en forma alusiva y con el estudiado auxilio de notas a pie de página:

En « Amoris laetitia » el pasaje clave está en el parágrafo 305:

« A causa de los condicionamientos o factores atenuantes, es posible que, en medio de una situación objetiva de pecado – que no sea subjetivamente culpable o que no lo sea de modo pleno – se pueda vivir en gracia de Dios, se pueda amar, y también se pueda crecer en la vida de la gracia y la caridad, recibiendo para ello la ayuda de la Iglesia ».

La nota 351 se conecta con este parágrafo:

« En ciertos casos, podría ser también la ayuda de los sacramentos. Por eso, ‘a los sacerdotes les recuerdo que el confesionario no debe ser una sala de torturas sino el lugar de la misericordia del Señor’ (Exhort. ap. Evangelii gaudium [24 noviembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Igualmente destaco que la Eucaristía ‘no es un premio para los perfectos sino un generoso remedio y un alimento para los débiles’ (ibíd, 47: 1039) ».

Si después seguimos con « Evangelii gaudium », esto es lo que se lee en el parágrafo 47:

« Todos pueden participar de alguna manera en la vida eclesial, todos pueden integrar la comunidad, y tampoco las puertas de los sacramentos deberían cerrarse por una razón cualquiera. […] La Eucaristía, si bien constituye la plenitud de la vida sacramental, no es un premio para los perfectos sino un generoso remedio y un alimento para los débiles ».

También aquí con un envío a una nota, la 51:

« Cf. San Ambrosio, De Sacramentis, IV, 6, 28: PL 16, 464: ‘Tengo que recibirle siempre, para que siempre perdone mis pecados. Si peco continuamente, he de tener siempre un remedio’; ibíd., IV, 5, 24: PL 16, 463: ‘El que comió el maná murió; el que coma de este cuerpo obtendrá el perdón de sus pecados’; San Cirilo de Alejandría, In Joh. Evang. IV, 2: PG 73, 584-585: ‘Me he examinado y me he reconocido indigno. A los que así hablan les digo: ¿Y cuándo seréis dignos? ¿Cuándo os presentaréis entonces ante Cristo? Y si vuestros pecados os impiden acercaros y si nunca vais a dejar de caer – ¿quién conoce sus delitos?, dice el salmo –, ¿os quedaréis sin participar de la santificación que vivifica para la eternidad? » ».

*

En Joseph Ratzinger, teólogo y Papa, por el contrario, nos encontramos en presencia de una argumentación ajustada, que apunta a a probar la insostenibilidad de la asociación entre la Eucaristía y las comidas de Jesús con los pecadores, con las consecuencias que se derivan de ello.

He aquí cómo él desarrolla esa argumentación en las páginas 422-424 del volumen XI de su Opera Omnia, « Teología de la Liturgia », publicado en el 2008 a cargo del actual prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe, cardenal Gerhard L. Müller:

« La tesis según la cual la Eucaristía apostólica se vuelve a vincular con la cotidiana convivencia comunitaria de Jesús con sus discípulos […] se radicaliza en amplios círculos, en el sentido que […] se hace derivar la Eucaristía más o menos exclusivamente de las comidas que Jesús llevaba a cabo con los pecadores.

« En esas posiciones se hace coincidir la Eucaristía según la intención de Jesús con una doctrina de la justificación rígidamente luterana, como doctrina de la gracia concedida al pecador. Si en definitiva las comidas con los pecadores son admitidas como único elemento seguro de la tradición del Jesús histórico, resulta de ello una reducción de toda la cristología y teología a este punto.

« Pero de esto sigue después una idea de la Eucaristía que ya no tiene nada en común con la tradición de la Iglesia primitiva. Mientras que san Pablo define el acercamiento en estado de pecado a la Eucaristía como un comer y beber « la propia condenación » (cf. 1 Cor 11, 29) y protege a la Eucaristía del abuso mediante el anatema (cf. 1 Cor 16, 22), aparece aquí incluso como esencia de la Eucaristía que ella sea ofrecida a todos sin ningún distingo ni condición previa. [En este caso] ella es interpretada como el signo de la gracia incondicional de Dios, que como tal se ofrece inmediatamente también a los pecadores, más aún, también a los no creyentes. Es una posición que, sin embargo, tiene ahora muy poco en común con la concepción que tenía Lutero de la Eucaristía.

« El contraste con toda la tradición eucarística neotestamentaria en la que cae la tesis radicalizada refuta el punto de partida: la Eucaristía cristiana no fue comprendida partiendo de las comidas que Jesús celebró con los pecadores. […] Un indicio contra la derivación de la Eucaristía de las comidas con los pecadores es su carácter cerrado, que lo continúa el rito pascual: así como la cena pascual se celebra en la comunidad doméstica rigurosamente circunscrita, así también desde el comienzo había para la Eucaristía condiciones de acceso bien establecidas; desde el comienzo ella era celebrada, por así decir, en la comunidad doméstica de Jesucristo, y es de este modo que se ha edificado la ‘Iglesia' ».

*

Es evidente que de esta argumentación de Ratzinger deriva la prohibición de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar, y no sólo a ellos: prohibición que ha encontrado clara expresión en su magisterio como Papa, al igual que en el magisterio de sus predecesores.

Del mismo modo, no sorprende que de las afirmaciones alusivas del papa Francisco deriven interpretaciones favorables a la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar: interpretaciones no sólo consentidas por él, sino explícitamente aprobadas.

El contraste existe. Y a juzgar por los argumentos de Ratzinger no es sólo un contraste práctico, « pastoral », sino uno que roza los pilares de la fe cristiana.

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)
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03 febbraio 2017
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01 feb
Il papa tace, ma parla il cardinale Müller. Che ai « dubia » risponde così

muller

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*

Anche a lui, oltre che a papa Francesco, i cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner avevano inoltrato i loro cinque « dubia » sull’interpretazione di « Amoris laetitia », chiedendo di « fare chiarezza ».

E né lui, il cardinale Gerhard L. Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, né tanto meno il papa avevano fin qui risposto alle domande dei quattro cardinali.

In compenso, però, ora Müller « chiarezza » la fa, eccome, nell’ampia sua intervista che esce oggi sulla rivista « Il Timone », raccolta dal direttore Riccardo Cascioli e da Lorenzo Bertocchi:

> La verità non si negozia

Nell’intervista, il cardinale non fa parola dei « dubia », ma dice « apertis verbis » proprio ciò che i quattro cardinali chiedevano che fosse chiarito.

E non manca di sferzare quei vescovi che con i loro « sofismi » interpretativi – dice – invece che fare da guida ai loro fedeli cadono « nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi ».

Ecco i passaggi chiave dell’intervista.

*

D. – Si può dare una contraddizione tra dottrina e coscienza personale?

R. – No, è impossibile. Ad esempio, non si può dire che ci sono circostanze
per cui un adulterio non costituisce un peccato mortale. Per la dottrina cattolica è impossibile la coesistenza tra il peccato mortale e la grazia giustificante. Per superare questa assurda contraddizione, Cristo ha istituito per i fedeli il Sacramento della penitenza e riconciliazione con Dio e con la Chiesa.

D. – È una questione di cui si discute molto a proposito del dibattito intorno all’esortazione post-sinodale « Amoris laetitia ».

R. – La « Amoris laetitia » va chiaramente interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa. […] Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando « Amoris laetitia » secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica. Il magistero del papa è interpretato solo da lui stesso o tramite la Congregazione per la dottrina della fede. Il papa interpreta i vescovi, non sono i vescovi a interpretare il papa, questo costituirebbe un rovesciamento della struttura della Chiesa cattolica. A tutti questi che parlano troppo, raccomando di studiare prima la dottrina [dei concili] sul papato e sull’episcopato. Il vescovo, quale maestro della Parola, deve lui per primo essere ben formato per non cadere nel rischio che un cieco conduca per mano altri ciechi. […]

D. – L’esortazione di san Giovanni Paolo II, « Familiaris consortio », prevede che le coppie di divorziati risposati che non possono separarsi, per poter accedere ai sacramenti devono impegnarsi a vivere in continenza. È ancora valido questo impegno?

R. – Certo, non è superabile perché non è solo una legge positiva di Giovanni Paolo II, ma lui ha espresso ciò che è costitutivamente elemento della teologia morale cristiana e della teologia dei sacramenti. La confusione su questo punto riguarda anche la mancata accettazione dell’enciclica « Veritatis splendor » con la chiara dottrina dell’ »intrinsece malum ». […] Per noi il matrimonio è l’espressione della partecipazione dell’unità tra Cristo sposo e la Chiesa sua sposa. Questa non è, come alcuni hanno detto durante il Sinodo, una semplice vaga analogia. No! Questa è la sostanza del sacramento, e nessun potere in cielo e in terra, né un angelo, né il papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarlo.

D. – Come si può risolvere il caos che si genera a causa delle diverse interpretazioni che vengono date di questo passaggio di Amoris laetitia?

D. – Raccomando a tutti di riflettere, studiando prima la dottrina della Chiesa, a partire dalla Parola di Dio nella Sacra Scrittura che sul matrimonio è molto chiara. Consiglierei anche di non entrare in alcuna casuistica che può facilmente generare malintesi, soprattutto quello per cui se muore l’amore, allora è morto il vincolo del matrimonio. Questi sono sofismi: la Parola di Dio è molto chiara e la Chiesa non accetta di secolarizzare il matrimonio. Il compito di sacerdoti e vescovi non è quello di creare confusione, ma quello di fare chiarezza. Non ci si può riferire soltanto a piccoli passaggi presenti in « Amoris laetitia », ma occorre leggere tutto nell’insieme, con lo scopo di rendere più attrattivo per le persone il Vangelo del matrimonio e della famiglia. Non è « Amoris laetitia » che ha provocato una confusa interpretazione, ma alcuni confusi interpreti di essa. Tutti dobbiamo comprendere ed accettare la dottrina di Cristo e della sua Chiesa e allo stesso tempo essere pronti ad aiutare gli altri a comprenderla e a metterla in pratica anche in situazioni difficili.

*

Fin qui il cardinale Müller, che tra i « confusi interpreti » di « Amoris laetitia » da lui presi di mira non può non aver incluso anche i vescovi argentini della regione di Buenos Aires.

Ai quali però papa Francesco scrisse approvandoli in pieno: « El escrito es muy bueno y explícita cabalmente el sentido del capítulo VIII de ‘Amoris laetitia’. No hay otras interpretaciones. »…

*

POST SCRIPTUM – Poche ore dopo l’uscita dell’intervista del cardinale Müller, la conferenza espiscopale di Germania ha pubblicato delle linee guida per l’applicazione di « Amoris laetitia » che ammettono « in casi individuali » l’accesso alla comunione eucaristica per i divorziati che vivono in una nuova unione:

> German Bishops Allow Holy Communion for the “Remarried” Now
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01 febbraio 2017
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01 feb
The Pope Is Silent, But Cardinal Müller Speaks. Who Responds To the « Dubia » This Way

muller

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*

To him too, in addition to Pope Francis, cardinals Brandmüller, Burke, Caffarra, and Meisner had sent their five “dubia” on the interpretation of “Amoris Laetitia,” seeking “clarity.”

And neither he, Cardinal Gerhard L. Müller, prefect of the congregation for the doctrine of the faith, nor much less the pope had responded until now to the questions of the four cardinals.

To make up for this, however, now Müller is bringing clarity – and how! – in an extensive interview that is coming out today in the magazine “Il Timone,” conducted by editor Riccardo Cascioli and by Lorenzo Bertocchi:

> La verità non si negozia

In the interview, the cardinal does not use the word “dubia,” but he says “apertis verbis” precisely what the four cardinals were asking to have clarified.

And he does not fail to lash out against those bishops who with their interpretive “sophistries” – he says – instead of acting as leaders for their faithful are falling “into the risk of the blind leading the blind.”

Here are the key passages of the interview.

*

Q: Can there be a contradiction between doctrine and personal conscience?

A: No, that is impossible. For example, it cannot be said that there are circumstances according to which an act of adultery does not constitute a mortal sin. For Catholic doctrine, it is impossible for mortal sin to coexist with sanctifying grace. In order to overcome this absurd contradiction, Christ has instituted for the faithful the Sacrament of penance and reconciliation with God and with the Church.

Q: This is a question that is being extensively discussed with regard to the debate surrounding the post-synodal exhortation “Amoris Laetitia.”

A: “Amoris Laetitia” must clearly be interpreted in the light of the whole doctrine of the Church. […] I don’t like it, it is not right that so many bishops are interpreting “Amoris Laetitia” according to their way of understanding the pope’s teaching. This does not keep to the line of Catholic doctrine. The magisterium of the pope is interpreted only by him or through the congregation for the doctrine of the faith. The pope interprets the bishops, it is not the bishops who interpret the pope, this would constitute an inversion of the structure of the Catholic Church. To all these who are talking too much, I urge them to study first the doctrine [of the councils] on the papacy and the episcopate. The bishop, as teacher of the Word, must himself be the first to be well-formed so as not to fall into the risk of the blind leading the blind. […]

Q: The exhortation of Saint John Paul II, “Familiaris Consortio,” stipulates that divorced and remarried couples that cannot separate, in order to receive the sacraments must commit to live in continence. Is this requirement still valid?

A: Of course, it is not dispensable, because it is not only a positive law of John Paul II, but he expressed an essential element of Christian moral theology and the theology of the sacraments. The confusion on this point also concerns the failure to accept the encyclical “Veritatis Splendor,” with the clear doctrine of the “intrinsece malum.” […] For us marriage is the expression of participation in the unity between Christ the bridegroom and the Church his bride. This is not, as some said during the Synod, a simple vague analogy. No! This is the substance of the sacrament, and no power in heaven or on earth, neither an angel, nor the pope, nor a council, nor a law of the bishops, has the faculty to change it.

Q: How can one resolve the chaos that is being generated on account of the different interpretations that are given of this passage of Amoris Laetitia?

A: I urge everyone to reflect, studying the doctrine of the Church first, starting from the Word of God in Sacred Scripture, which is very clear on marriage. I would also advise not entering into any casuistry that can easily generate misunderstandings, above all that according to which if love dies, then the marriage bond is dead. These are sophistries: the Word of God is very clear and the Church does not accept the secularization of marriage. The task of priests and bishops is not that of creating confusion, but of bringing clarity. One cannot refer only to little passages present in “Amoris Laetitia,” but it has to be read as a whole, with the purpose of making the Gospel of marriage and the family more attractive for persons. It is not “Amoris Laetitia” that has provoked a confused interpretation, but some confused interpreters of it. All of us must understand and accept the doctrine of Christ and of his Church, and at the same time be ready to help others to understand it and put it into practice even in difficult situations.

*

So comments Cardinal Müller, who among the « confused interpreters » of « Amoris Laetitia » cannot help but have included the Argentine bishops of the region of Buenos Aires.

To whom, however, Pope Francis wrote expressing his complete approval: « El escrito es muy bueno y explícita cabalmente el sentido del capítulo VIII de ‘Amoris laetitia’. No hay otras interpretaciones. »…

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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01 febbraio 2017
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01 feb
El Papa permanece en silencio, pero habla el cardenal Müller. Que responde de este modo a las « dubia »

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*

También a él, así como al papa Francisco, los cardenales Brandmüller, Burke, Caffarra y Meisner le habían enviado sus cinco « dubia » sobre la interpretación de « Amoris laetitia », pidiendo que « clarificara ».

Y ni él, el cardenal Gerhard L. Müller, prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe, ni mucho menos el Papa habían respondido hasta ahora las preguntas de los cuatro cardenales.

Pero en cambio ahora Müller las « clarifica », muy bien, en la amplia entrevista que publica hoy la revista « Il Timone », llevada a cabo por el director Riccardo Cascioli y por Lorenzo Bertocchi:

> La verità non si negozia

En la entrevista, el cardenal no menciona las « dubia », pero dice « apertis verbis » precisamente lo que los cuatro cardenales pedían que se clarificara.

Y no deja de fustigar a esos obispos que con sus « sofismas » interpretativos – así dice – en vez de guiar a sus fieles corren « el riesgo que un ciego conduzca de la mano a otros ciegos ».

A continuación presentamos los pasajes claves de la entrevista.

*

P. – ¿Se puede dar una contradicción entre Tradición y conciencia personal?

R. – No, es imposible. Por ejemplo, no se puede decir que hay circunstancias por las cuales un adulterio no constituye un pecado mortal. Para la doctrina católica es imposible la coexistencia entre el pecado mortal y la gracia santificante. Para superar esta absurda contradicción Cristo ha instituido para los fieles el sacramento de la Penitencia y Reconciliación con Dios y con la Iglesia.

P. – Es una cuestión que se discute mucho a propósito del debate en torno a la exhortación post-sinodal « Amoris laetitia ».

R. – La « Amoris laetitia » es interpretada claramente a la luz de toda la doctrina de la Iglesia. […] No me agrada, no es correcto que muchos obispos estén interpretando « Amoris laetitia » según su propio modo de entender la enseñanza del Papa. Esto no va en línea con la doctrina católica. El magisterio del Papa es interpretado sólo por él mismo o a través de la Congregación para la Doctrina de la Fe. El Papa interpreta a los obispos, no son los obispos los que deben interpretar al Papa, esto constituiría un derrocamiento de la estructura de la Iglesia Católica. A todos ellos que hablan demasiado, les recomiendo estudiar primero la doctrina [de los concilios] sobre el papado y sobre el episcopado. Como maestro de la palabra, el obispo debe ser el primero en estar bien formado para no correr el riesgo que un ciego conduzca de la mano a otros ciegos. […]

P. – La exhortación de san Juan Pablo II, « Familiaris consortio », prevé que las parejas de divorciados que se han vuelto a casar y que no pueden separarse, para poder acceder a los sacramentos deben comprometerse a vivir en continencia. ¿Todavía es válido este compromiso?

R. – Ciertamente que sí, no está superado porque no es solamente una ley positiva de Juan Pablo II, sino que él mismo expresó lo que es constitutivamente un elemento de la teología moral cristiana y de la teología de los sacramentos. La confusión sobre este punto remite también a la falta de aceptación de la encíclica « Veritatis splendor » con la clara doctrina de lo « intrinsece malum ». […] Para nosotros el matrimonio es la expresión de la participación de la unidad entre Cristo esposo y su esposa la Iglesia. Ésta no es, como han dicho algunos durante el Sínodo, una simple y vaga analogía. ¡No! Ésta es la sustancia del sacramento, y ningún poder en el cielo y en la tierra, ni siquiera un ángel, ni el Papa, ni un concilio ni una ley de los obispos tienen la facultad de modificarlo.

P. – ¿Cómo se puede resolver el caos que se genera a causa de las diferentes interpretaciones que se han dado de este pasaje de Amoris laetitia?

R. – Recomiendo a todos reflexionar, estudiando antes la doctrina de la Iglesia, partir de la Palabra de Dios en las Sagrada Escrituras, que es muy clara respecto al matrimonio. Aconsejaría también no entrar en ninguna casuística que puede generar fácilmente malentendidos, sobre todo el que afirma que si se muere el amor, entonces se muere el vínculo matrimonial. Éstos son sofismas: la Palabra de Dios es muy clara y la Iglesia no acepta secularizar el matrimonio. La tarea de los sacerdotes y de los obispos no es la de crear confusión, sino la de aportar claridad. No podemos referirnos solamente a pequeños pasajes presentes en « Amoris laetitia », sino que es necesario leer todo en su conjunto, con la finalidad de hacer más atractivo para las personas el Evangelio del matrimonio y de la familia. No es « Amoris laetitia » la que ha provocado una interpretación confusa, sino algunos confundidos intérpretes de ella. Todos debemos comprender y aceptar la doctrina de Cristo y de su Iglesia, y al mismo tiempo estar dispuestos a ayudar a los demás a comprenderla y a ponerla en práctica también en situaciones difíciles.

*

Hasta aquí el cardenal Müller, que entre los « confusos intérpretes » de « Amoris laetitia » puestos en la mira por él no puede no haber incluido también a los obispos argentinos de la región de Buenos Aires.

Pero a los cuales el papa Francisco escribió aprobándolos plenamente: « El escrito es muy bueno y explícita cabalmente el sentido del capítulo VIII de ‘Amoris laetitia’. No hay otras interpretaciones. »…

(Traducción en español de José Arturo Quarracino, Temperley, Buenos Aires, Argentina)
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01 febbraio 2017
Español
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30 gen
Attenzione, pericolo! Niente più discorsi del papa nelle visite « ad limina »

Vescovi

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*

Pochi l’hanno notato. Ma nel riprendere gli incontri con i vescovi in visita « ad limina apostolorum », dopo la lunga vacanza del giubileo, papa Francesco ha inaugurato una nuova prassi.

I primi a sperimentarla sono stati i vescovi dell’Irlanda, ricevuti dal papa lo scorso 20 gennaio.

Il bollettino ufficiale della Santa Sede ha fornito i nomi dei trentun vescovi presenti. Nient’altro. Neanche l’ombra delle parole rivolte loro da Francesco.

E così per i sette vescovi del Laos e della Cambogia ricevuti dal papa il 26 gennaio e per i nove vescovi di Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia ricevuti oggi, 30 gennaio.

In precedenza non avveniva così. Da decenni le visite « ad limina » erano regolarmente concluse da un discorso del papa reso pubblico subito dopo, nel quale si trovavano spesso dei riferimenti alle questioni più scottanti di quella tal Chiesa nazionale, con i relativi giudizi, incoraggiamenti, rimproveri da parte del successore di Pietro.

Ad occhi esperti, quei discorsi erano il termometro romano dello stato di salute della Chiesa nelle varie regioni del mondo.

Ma papa Francesco si disabituò presto dal seguire quella prassi consolidata. I discorsi non erano scritti di suo pugno, sebbene resi pubblici come suoi, e lui sempre più spesso tralasciava di leggerli. Li dava per « consegnati » ai vescovi che si trovava di fronte. Con loro preferiva discorrere a ruota libera, a porte chiuse ed esigendo che le parole dette restassero riservate.

E così probabilmente sarebbero andate avanti le cose, se non fosse capitato ciò che accadde nell’ultima visita « ad limina » prima della pausa giubilare, il 20 novembre 2015, con i vescovi della Germania.

Il doppio sinodo sulla famiglia era terminato da poco, e proprio con i vescovi tedeschi Francesco aveva stretto un’alleanza di ferro, per introdurre le sue « aperture » nella pastorale del matrimonio cattolico, specie sulla « vexata quaestio » della comunione ai divorziati risposati.

La Chiesa di Germania, però, non brillava affatto nell’insieme della Chiesa mondiale. Anzi, per troppe cose costituiva un pessimo esempio. E nel discorso che Francesco si trovò fra le mani, nell’incontro con i vescovi tedeschi in visita « ad limina », c’era proprio una denuncia impietosa delle tante cose che là andavano storte.

Ad esempio il crollo della fede e della pratica religiosa:

« Si nota un calo molto forte della partecipazione alla messa domenicale, nonché della vita sacramentale. Dove negli anni Sessanta ovunque ancora quasi ogni fedele partecipava tutte le domeniche alla santa messa, oggi sono spesso meno del 10 per cento. Ai sacramenti ci si accosta sempre di meno. Il sacramento della penitenza è spesso scomparso. Sempre meno cattolici ricevono la cresima o contraggono un matrimonio cattolico. Il numero delle vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita consacrata è nettamente diminuito. Considerati questi fatti si può parlare veramente di una erosione della fede cattolica in Germania ».

Le eccessive strutture:

« Vengono inaugurate strutture sempre nuove, per le quali alla fine mancano i fedeli. Si tratta di una sorta di nuovo pelagianesimo, che ci porta a riporre la fiducia nelle strutture amministrative, nelle organizzazioni perfette. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria ».

Lo sbandamento teologico e catechistico:

« Come padre premuroso, il presule accompagnerà le facoltà teologiche aiutando i docenti a riscoprire la grande portata ecclesiale della loro missione. La fedeltà alla Chiesa e al magistero non contraddice la libertà accademica, ma esige un umile atteggiamento di servizio ai doni di Dio. Il sentire ‘cum Ecclesia’ deve contraddistinguere in modo particolare coloro che educano e formano le nuove generazioni ».

La tentazione di far celebrare la messa dai semplici laici:

« È necessario evidenziare sempre l’intimo nesso tra eucaristia e sacerdozio. Piani pastorali che non attribuiscono adeguata importanza ai sacerdoti nel loro ministero di governare, insegnare e santificare riguardo alla struttura e alla vita sacramentale della Chiesa, sulla base dell’esperienza sono destinati al fallimento. La preziosa collaborazione di fedeli laici, soprattutto là dove mancano le vocazioni, non può diventare un surrogato del ministero sacerdotale o farlo addirittura sembrare un semplice ‘optional’. Senza sacerdote non c’è l’eucaristia ».

I cedimenti su aborto ed eutanasia:

« Un compito del Vescovo che è mai abbastanza apprezzato è l’impegno per la vita. La Chiesa non deve stancarsi mai di essere l’avvocata della vita e non deve fare passi indietro nell’annuncio che la vita umana sia è proteggere incondizionatamente dal momento del concepimento fino alla morte naturale. Qui non possiamo mai fare compromessi, senza diventare anche noi stessi colpevoli ».

Francesco non lesse ai vescovi questo discorso, che effettivamente gettava pessima luce sull’alleanza che lui aveva stretto con l’ala progressista della Chiesta tedesca.

Il discorso però, come sempre, fu reso pubblico come pronunciato dal papa. E in Germania scatenò un putiferio, di cui il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e capofila degli innovatori, si fece lamentoso portavoce presso Francesco, ottenendone questa giustificazione, poi riferita ad altri dallo stesso Marx: « Non l’ho scritto io, non l’avevo letto, non tenetene conto ».

Sta di fatto che da quel giorno Francesco sospese le visite « ad limina », a motivo – si disse – del giubileo.

E ora che le ha ricominciate, non vi associa più alcun discorso.
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30 gennaio 2017
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30 gen
Attention, Danger! No More Speeches from the Pope on the « Ad Limina » Visits

Vescovi

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*

Few took note of it. But in resuming the meetings with bishops on their visits “ad limina apostolorum,” after the long hiatus during the jubilee, Pope Francis has inaugurated a new practice.

The first to experience it were the bishops of Ireland, whom the pope received last January 20.

The official bulletin of the Holy See furnished the names of the thirty-one bishops present. Nothing else. Not even a hint of the words Francis addressed to them.

And the same for the seven bishops of Laos and Cambodia whom the pope received on January 26, and for the nine bishops of Serbia, Montenegro, Kosovo, Macedonia received on January 30.

This is not how it used to be. For decades the “ad limina” visits were regularly concluded with a speech by the pope that was made public immediately afterward, in which there were often references to the most pressing issues of the national Church in question, with the relative judgments, encouragements, reprimands on the part of the successor of Peter.

To the expert eye, these speeches were the Roman thermometer for the Church’s state of health in the various regions of the world.

But Pope Francis quickly got out of the habit of following that established practice. He did not write the speeches himself, although they were made public as such, and more and more often he neglected to read them. They were handed out to the bishops who were there with him. He preferred to relate with them spontaneously, behind closed doors and on the condition that what was spoken remain confidential.

And this is probably how things would have continued, if not for what happened at the last “ad limina” visit before the jubilee hiatus, on November 20, 2015, with the bishops of Germany.

The double synod on the family had just ended, and with those same German bishops Francis had struck an alliance in order to introduce his “openness” into the pastoral care of Catholic marriage, especially on the “vexata quaestio” of communion for the divorced and remarried.

The Church of Germany, however, was hardly a standout in the whole of the worldwide Church. On the contrary, in too many ways it constituted a terrible example. And in the speech that Francis found in his hands, during the meeting with the German bishops on their “ad limina” visit, sure enough there was a ruthless denunciation of the many things that were going wrong there.

For example, the collapse of faith and of religious practice:

« One notes a very strong decrease in attendance at Sunday Mass, as well as in the sacramental life, particularly in the regions with a Catholic tradition. In the 1960s almost every member of the faithful attended Mass every Sunday, whereas now the faithful often represent less than 10 per cent. Ever fewer people are receiving the sacraments. The sacrament of Penance has almost disappeared. Fewer and fewer Catholics receive Confirmation or contract a Catholic marriage. The number of vocations to the priestly ministry and to the consecrated life has dwindled noticeably. Given these facts one can truly speak of an erosion of the Catholic faith in Germany. »

The excessive structures:

« New structures are inaugurated from which in the end the faithful are absent. It is a sort of new Pelagianism which leads us to put faith in administrative structures and perfect organizations. Excessive centralization, rather than proving helpful, complicates both the Church’s life and her missionary dynamic. »

The theological and catechetical drift:

« As a caring father, the prelate will stand beside the theological faculties, helping the teachers to rediscover the great ecclesial importance of their mission. Fidelity to the Church and to her Magisterium does not run counter to academic freedom but demands a humble attitude of service to God’s gifts. The ‘sentire cum Ecclesia’ must distinguish in a particular way those who educate and shape the new generations. »

The temptation to have Mass celebrated by ordinary laymen:

« It is necessary to always highlight the close connection between the Eucharist and Ordination to the Priesthood. Experience has shown that pastoral programmes which do not give sufficient importance to priests in their ministry of governing, teaching and sanctifying with regard to the Church’s structure and to sacramental life, are doomed to fail. The precious cooperation of the lay faithful, especially where vocations are lacking, cannot replace the priestly ministry or even make it appear merely optional. With no priest there is no Eucharist. »

And concessions on abortion and euthanasia:

« One of the bishop’s tasks which is never sufficiently appreciated is the commitment to life. The Church must never tire of being an advocate for life and must not neglect to proclaim that human life is to be protected unconditionally from the moment of conception until natural death. Here we can never make compromises without also becoming guilty ourselves. »

Francis did not read this speech to the bishops, as it effectively cast a bad light on the alliance that he had struck with the progressive wing of the German Church.

But the speech, as always, become public as having been delivered by the pope. And in Germany it let loose an uproar, in which Cardinal Reinhard Marx, archbishop of Munich and leader of the innovators, made himself the plaintive spokesman with Francis, obtaining from him this explanation that Marx afterward related to others: “I didn’t write it, I hadn’t read it, don’t pay any attention to it.”

The fact is that from that day on, Francis suspended the “ad limina” visits, on account – he said – of the jubilee.

And now that he has resumed them, they don’t come with any speech.

(English translation by Matthew Sherry, Ballwin, Missouri, U.S.A.)
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30 gennaio 2017
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30 gen
¡Atención, peligro! Nunca más discursos del Papa en las visitas « ad limina »

Vescovi

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*

Pocos lo han notado. Pero al reanudar los encuentros con los obispos en visita « ad limina apostolorum », después de la larga pausa del Jubileo, el Papa Francisco ha inaugurado una práctica nueva.

Los primeros que la han experimentado han sido los obispos de Irlanda, recibidos por el Papa el pasado 20 de enero.

El boletín oficial de la Santa Sede ha facilitado los nombres de los treinta y un obispos presentes. Nada más. Ni siquiera una alusión a las palabras que Francisco les había dirigido.

También ha sido así para los siete obispos de Laos y Camboya, que el Papa recibió el 26 de enero, y para los nueve obispos de Serbia, Montenegro, Kosovo y Macedonia, el 30 de enero.

Antes esto no sucedía. Desde hace décadas, las visitas « ad limina » terminaban regularmente con un discurso del Papa que se hacía público de inmediato, en el que a menudo se encontraban referencias a las cuestiones más candentes de esa Iglesia nacional, con los consiguientes juicios, palabras de ánimo y amonestaciones por parte del sucesor de Pedro.

Para un observador experto, esos discursos eran el termómetro romano del estado de salud de la Iglesia en las diferentes regiones del mundo.

Pero el Papa Francisco se desacostumbró muy pronto a seguir esa praxis consolidada. Los discursos no estaban escritos por él, aunque se publicaran como suyos y, cada vez más a menudo, omitía el leerlos. Los daba como « entregados » a los obispos con los que se reunía. Con ellos prefería hablar a rienda suelta, a puertas cerradas, y exigiendo que lo que se dijera se considerara reservado.

Y probablemente así hubieran seguido las cosas si no hubiera pasado lo que pasó en la última visita « ad limina » antes de la pausa jubilar, el 20 de noviembre de 2015, con los obispos de Alemania.

El doble sínodo sobre la familia había terminado hacía poco y, precisamente con los obispos alemanes, Francisco había establecido una alianza para introducir sus « aperturas » en la pastoral del matrimonio católico, de manera especial sobre la « vexata quaestio » de la comunión a los divorciados que se han vuelto a casar.

Sin embargo, la Iglesia de Alemania no brillaba en absoluto en el conjunto de la Iglesia mundial. Al contrario, constituía un pésimo ejemplo por demasiadas cosas. Y en el discurso que Francisco se encontró entre las manos, en el encuentro con los obispos alemanes en visita « ad limina », había precisamente una denuncia implacable de todo lo que, allí, va mal.

Por ejemplo, el derrumbe de la fe y de la práctica religiosa:

« Se nota una fuerte caída de la participación en la misa dominical, así como de la vida sacramental. Donde en los años sesenta todavía en todas partes, casi cada fiel participaba todos los domingos en la santa misa, hoy a menudo son menos del 10 por ciento. Los sacramentos son cada vez menos frecuentados. El sacramento de la penitencia a menudo ha desaparecido. Cada vez menos católicos reciben la confirmación o contraen matrimonio católico. El número de las vocaciones al ministerio sacerdotal y a la vida consagrada ha disminuido claramente. Considerados estos hechos, se puede hablar verdaderamente de una erosión de la fe católica en Alemania ».

Las estructuras excesivas:

« Se inauguran nuevas estructuras, para las cuales, sin embargo, faltan los fieles. Se trata de una cierta clase de nuevo pelagianismo, que nos lleva a poner la confianza en las estructuras administrativas, en las organizaciones perfectas. Una excesiva centralización, más que ayudar, complica la vida de la Iglesia y su dinámica misionera ».

La desviación teológica y catequística:

« Como padre solícito, el obispo acompañará las facultades teológicas ayudando a los profesores a redescubrir el gran alcance eclesial de su misión. La fidelidad a la Iglesia y al magisterio no contradice la libertad académica, sino que exige una actitud humilde de servicio a los dones de Dios. El sentir ‘cum Ecclesia’ debe caracterizar de manera particular aquellos que educan y forman a las nuevas generaciones ».

La tentación de hacer que simples laicos celebren la misa:

« Es necesario poner siempre de manifiesto el íntimo vínculo entre eucaristía y sacerdocio. Planes pastorales que no atribuyen adecuada importancia a los sacerdotes en su ministerio de gobernar, enseñar y santificar sobre la estructura y la vida sacramental de la Iglesia, la experiencia nos muestra que están destinados al fracaso. La preciosa colaboración de los fieles laicos, sobre todo allí donde faltan las vocaciones no puede convertirse en un sucedáneo del ministerio sacerdotal, o incluso hacer que parezca un simple ‘optional’. Sin sacerdote no hay eucaristía ».

Las transigencias sobre aborto y eutanasia:

« Una tarea del Obispo que nunca es suficientemente apreciada es el compromiso por la vida. La Iglesia nunca tiene que cansarse de ser la abogada de la vida y no debe dar marcha atrás en el anuncio de que hay que proteger incondicionalmente la vida humana desde el momento de la concepción hasta la muerte natural. En esto nunca podemos llegar a compromisos, sin llegar a ser también culpables nosotros mismos ».

Francisco no leyó a los obispos este discurso, que efectivamente echaba una pésima luz sobre la alianza que él había alcanzado con el ala progresista de la Iglesia alemana.

Pero, como siempre, el discurso se publicó como pronunciado por el Papa. Y en Alemania desencadenó una polvareda, de la que el cardenal Reinhard Marx, arzobispo de Múnich y líder de los innovadores, se hizo quejumbroso portavoz ante Francisco, obteniendo de él esta justificación, que después el mismo Marx ha referido a otros: « No lo he escrito yo, no lo había leído, no lo tengáis en cuenta ».

De hecho desde aquél día Francisco suspendió las visitas « ad limina », a causa –se dijo – del jubileo.

Y ahora que las ha recomenzado, ya no prevé ningún discurso durante las visitas.

(Traducción en español de Helena Faccia Serrano, Alcalá de Henares, España)
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30 gennaio 2017
Español
0

29 gen
Dopo il Gran Maestro una seconda testa sta per cadere: quella del cardinale Burke

Burke

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*

Decapitato dal papa del suo Gran Maestro, l’inglese Fra’ Matthew Festing, il Sovrano Militare Ordine di Malta non solo ha ratificato, sabato 28 gennaio, le sue forzate dimissioni, ma ha riportato indietro la macchina del tempo al fatidico 6 dicembre 2016, reinsediando nel ruolo di Gran Cancelliere proprio colui che quel giorno era stato da lì rimosso e sospeso dall’Ordine, il tedesco Albrecht Freiherr von Boeselager.

A rovesciare le sorti all’interno dell’Ordine, fino a spingerlo a questo gesto di totale sottomissione ai voleri di papa Francesco, sono stati tre atti in rapida successione compiuti dallo stesso pontefice: la convocazione il 24 gennaio del Gran Maestro e l’ordine a lui impartito di dimettersi; la lettera del giorno dopo del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin con l’esplicitazione delle volontà del papa; e infine due lettere del 27 gennaio del papa in persona (una al reggente ad interim e una al sovrano consiglio dell’Ordine), con un’ulteriore specificazione del ruolo che avrà il « delegato speciale » di cui è stato annunciato l’arrivo: « per il rinnovamento spirituale e morale dell’Ordine ».

Ed è quest’ultimo l’elemento di maggiore novità che si coglie nel comunicato diffuso nella sera di sabato dall’Ordine. Come Settimo Cielo aveva correttamente informato, papa Francesco ha effettivamente concesso all’Ordine la facoltà di procedere secondo le sue costituzioni per quanto riguarda la reggenza interinale – ora assunta dal Gran Commendatore dell’Ordine, Fra’ Ludwig Hoffmann von Rumerstein – e la nomina del nuovo Gran Maestro. Il « delegato speciale », quindi, non si sostituirà né si sovrapporrà al legittimo governo dell’Ordine, come molti avevano auspicato o temuto. Ma piuttosto gli si affiancherà con un compito di guida « spirituale ». Un compito, cioè, molto simile a quello che già spetta statutariamente al cardinale patrono.

La decapitazione inflitta da papa Francesco all’Ordine di Malta è quindi doppia. Perché a cadere non è solo la testa del Gran Maestro Festing, ma anche, di fatto, quella del cardinale patrono Raymond Leo Burke. Cioè di coloro che avevano portato alla rimozione di Boeselager sicuri con ciò di mettere in pratica il mandato inizialmente affidato loro dal papa, in una lettera del 1 dicembre a Burke, di « promuovere gli interessi spirituali dell’Ordine e rimuovere ogni affiliazione con gruppi e pratiche contrarie alla legge morale ».

Quella rimozione, invece, mise in moto uno scontro senza precedenti dentro l’Ordine di Malta e tra l’Ordine e la Santa Sede, la cui cronaca era leggibile nei bellicosi comunicati emessi man mano dall’Ordine fino a pochi giorni fa.

Oggi di quei comunicati non c’è più trac

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